di Alessandro Giugni

Negli ultimi appuntamenti di questa rubrica abbiamo ripercorso le principali tappe della carriera fotografica di Sebastião Salgado: siamo partiti da un’analisi approfondita dei primi anni della sua vita (clicca qui per leggere il primo episodio); abbiamo, poi, analizzato uno dei suoi più importanti lavori, Africa (clicca qui per leggere il secondo episodio); ancora, abbiamo ripercorso la genesi del suo lavoro intitolato La mano dell’uomo (clicca qui per leggere il terzo episodio); lo abbiamo seguito nella miniera della Serra Pelada (clicca qui per leggere il quarto episodio); infine, abbiamo analizzato la nascita di uno dei suoi più ambiziosi progetti, In cammino (clicca qui per leggere la quinta parte).Dopo quasi trent’anni trascorsi a girovagare per il mondo, dopo aver toccato con mano la fame e la sofferenza che affliggevano gli abitanti di molti paesi, dopo aver potuto osservare con i propri occhi, in luoghi come il Ruanda, le violenze che gli esseri umani sono in grado di perpetrare ai danni dei loro simili, dopo aver documentato gli sconvolgimenti sociali, politici ed economici in atto, Salgado sentì la necessità di lanciarsi nella realizzazione di un progetto finalizzato a ritrovare le origini non solo della specie umana, ma anche e soprattutto del Pianeta Terra.
Insieme a Lélia, fedele compagna di una vita, dal 1999 al 2002 si dedicò alla pianificazione nei minimi dettagli del tragitto che nei successivi otto anni avrebbe percorso con ogni mezzo. Nacque così Genesi, un imponente racconto fotografico articolato in 32 reportage. Dopo aver dedicato molti anni della sua vita a immortalare la quotidianità di uomini, donne e bambini di ogni cultura ed etnia, per Salgado era arrivato il momento di dedicarsi alla documentazione di quelle porzioni di mondo ancora incontaminati. Ogni parola, di qui in avanti, sarebbe superflua e insufficiente per descrivere la maestosità e la magnificenza di un simile lavoro, dunque si ritiene maggiormente opportuno lasciare spazio ad alcune delle fotografie che sono raccolte in Genesi.
Una delle immagini più note è sicuramente quella della zampa di un’iguana che Salgado incontrò nelle Galapagos (per vederla clicca qui). A prima vista, questo rettile ha ben poco in comune con l’essere umano. Ma Sebastião rimase stupito quando, a seguito di una più accurata osservazione, riuscì a cogliere una incredibile somiglianza tra le zampe anteriori di quell’animale e le maglie di ferro che, intrecciate tra loro, componevano i guanti dei soldati medievali. È un’immagine che, con estrema semplicità, riesce a trasmettere all’osservatore il fine ultimo del lavoro di Salgado: dimostrare che, nonostante la diversità delle forme, ogni specie vivente condivide con le altre la medesima genesi.
Vi sono, poi, la maestosità dei ghiacciai dell’Antartide (clicca qui per vedere la foto),uno sconfinato numero di pinguini intenti a prepararsi al viaggio (alcuni dei quali, come quello in basso a destra, incuriositi dalla insolita presenza del fotografo, clicca qui per vedere la foto), le perfette simmetrie tracciate dalla fusione di luci e ombre nel deserto (clicca qui per vedere la foto), il gigantesco anfiteatro naturale del Bryce Canyon (clicca qui per vedere la foto), la vastità degli spazi che circondano l’altopiano Wolverine, sito nel nord-est del Canada (clicca qui per vedere la foto).
Ma Genesi non è unicamente un viaggio alla riscoperta della natura. L’essere umano è presente in molte parti di questo lavoro. A divenire soggetti delle inquadrature di Salgado sono state quelle popolazioni che ancora vivono in perfetto equilibrio con la natura che li circonda, rispettandola.
Troviamo, così, numerose fotografie dei Nenci, un popolo indigeno, composto da circa 42.000 persone, stanziato nel circondario autonomo Jamalo-Nenec, situato nella Siberia settentrionale, e che si dedica all’allevamento delle renne. A titolo di esempio, riportiamo due fotografie. Nella prima possiamo osservare alcune donne intente a caricare le slitte mentre imperversa la tormenta di ghiaccio (clicca qui per vederla). Nella seconda, un uomo attraversa una landa desolata a bordo della sua slitta (clicca qui per vederla).
Da ultimo, non possiamo non dare spazio ad alcune fotografie relative a uno dei più antichi popoli del pianeta, gli Zo’è, una tribù che vive isolata nella foresta pluviale dello stato di Pará, nel Brasile occidentale. Un popolo, questo, che dal 1990 è sotto la tutela del FUNAI, un organo ufficiale del governo brasiliano il compito del quale si sostanzia nella protezione dei diritti degli indigeni. A titolo di esempio, riportiamo la fotografia di un gruppo di donne intente a dipingersi il corpo utilizzando il frutto dell’urucum, una pianta arbustiva originaria delle regioni tropicali delle Americhe (clicca qui per vedere la foto).
Si conclude, così, con un ritorno alle origini, il nostro viaggio alla scoperta della fotografia di Sebastião Salgado.