di Alessandro Giugni

Negli ultimi due appuntamenti di questa rubrica abbiamo ripercorso alcune tappe della carriera fotografica di Sebastião Salgado: siamo partiti da un’analisi approfondita dei primi anni della sua vita (clicca qui per leggere il primo episodio) e abbiamo, poi, analizzato uno dei suoi più importanti lavori, Africa (clicca qui per leggere il secondo episodio).

Nel 1979, nonostante l’ottimo rapporto con l’agenzia Gamma e i quattro anni di permanenza in essa, Salgado, seguendo l’esempio di alcuni suoi illustri colleghi, quali Raymond Depardon e Jean Gaumy, decise di presentare un portfolio a Magnum. Se Gamma ancora oggi conserva la nomea di “più importante scuola di fotogiornalismo del XXI secolo”, la Magnum Photos è senza dubbio considerata la più prestigiosa agenzia fotografica del mondo. La sua fondazione risale al 22 maggio 1947 e avvenne per mano di uno straordinario pool di fotografi: Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger, William Vandivert, Rita Vandivert, Maria Eisner e David Seymour.

Divenire parte di questa agenzia permise a Salgado di compiere un ulteriore, fondamentale passo evolutivo non solo nella sua carriera di fotografo, ma anche e soprattutto nella sua visione fotografica, la quale fu fortemente influenzata dalla frequentazione di personalità tanto rilevanti quali Rodger, Cartier-Bresson e Hartman. Non solo. Anche per Lélia, moglie di Sebastião, l’ingresso in Magnum del marito costituì una straordinaria opportunità di esperienza e crescita. Terminata la tesi in urbanistica, a Lélia fu affidato il compito di organizzare, curare e allestire le mostre di molti dei fotografi facenti parte dell’agenzia.

Nel marzo 1981 il New York Times commissionò a Salgado la realizzazione di un reportage relativo ai primi cento giorni di permanenza alla Casa Bianca di Ronald Reagan. Il 30 marzo, dopo che il Presidente aveva tenuto un comizio presso il Washington Hilton Hotel, un giovane texano, John Hinckley, esplose 7 colpi di pistola in direzione di Reagan con l’intento di ucciderlo. Tale folle gesto (motivato dalla volontà del giovane di attirare l’attenzione dell’attrice Jodie Foster, nei confronti della quale aveva sviluppato un interesse morboso dopo averla vista recitare in Taxi Driver) causò il ferimento del Presidente USA, il quale fu raggiunto al petto da un proiettile che era rimbalzato sulla carrozzeria dell’automobile presidenziale. Salgado, che si trovava sulla scena, non poté non gettarsi tra la folla e scattare alcune fotografie (clicca qui per vedere il primo esempio e qui per vedere il secondo). Le immagini di Sebastião divennero immediatamente oggetto di contesa tra tutti i principali organi di stampa e il ricavato della loro vendita fu determinante per permettere al fotografo brasiliano di finanziare i suoi successivi reportage, quei lavori non commissionati, consistenti nella documentazione di terre e spaccati di umanità pressoché dimenticati, che davvero gli stavano a cuore. Al contempo, però, è opportuno ricordare come non furono le fotografie dell’attentato a Reagan a rendere famoso Salgado. Ciò in ragione di una precisa scelta del fotografo e della moglie Lélia, i quali decisero di non concedere mai più il loro assenso alla diffusione di quelle immagini, temendo che, laddove esse fossero divenute oggetto di ripetuta pubblicazione, il nome di Salgado sarebbe stato inscindibilmente legato a quell’evento.

Negli anni tra il 1986 e il 1991 il fotografo brasiliano ideò e realizzò il secondo dei suoi più celebri lavori, La mano dell’uomo.

Grazie al sostegno di un nutrito gruppo di caporedattori di diverse testate e al supporto dell’agenzia Magnum, Salgado intraprese un lungo viaggio, che lo portò a realizzare circa quaranta reportage tra venticinque diversi paesi, finalizzato a raccontare e valorizzare il ruolo rivestito dal lavoro dell’uomo nei più disparati processi produttivi. La maggior parte delle fotografie che compongono quest’opera, la di cui prima pubblicazione avvenne nel 1993, furono scattate fuori dai confini dell’Europa: ciò in quanto in quegli anni le industrie avevano iniziato a delocalizzare la produzione in paesi, quali Cina, Brasile o Indonesia, dove il costo del lavoro risultava inferiore. Inoltre, in quel periodo la grande rivoluzione industriale si avviava alla sua fine, mentre la tecnologia, l’elettronica e la robotica iniziavano a sostituire l’essere umano.

Quello di Salgado è prima di tutto un viaggio alla riscoperta dell’ingegnosità di quell’essere umano capace di saldare tra loro pezzi di acciaio fino a creare una nave, un enorme pezzo di ferro che, grazie a un sapiente studio delle leggi fisiche, è in grado di galleggiare e solcare i mari e che, dopo anni di viaggi, viene portata in zone come il Bangladesh o il Pakistan per tornare ad essere ferro e venire poi tramutata in utensili, quali forchette, coltelli e gioielli, identici a quegli stessi oggetti che fino a poco tempo prima la nave stessa aveva trasportato. Durante i cinque anni di continui viaggi, Salgado scatterà alcune maestose fotografie. Sulle spiagge di Chittagong, in Bangladesh, il fotografo brasiliano, grazie al sapiente uso di una lente grandangolare, immortalò la carena di una gigantesca nave mercantile. A fianco di essa, si stagliano le figure di tre uomini, le sagome dei quali appaiono microscopiche di fronte alla maestosità della nave, pronti a iniziare i lavori di demolizione (clicca qui per vederla). A L’Avana, invece, documentò l’attività dei contadini intenti a mietere le piantagioni di zucchero di canna: a colpire è sicuramente il fatto che, alle spalle dei buoi, faccia la sua comparsa una rudimentale mietitrebbia, primo accenno del cambiamento tecnologico in corso (clicca qui per vederla)

Appuntamento alla prossima settimana per la prosecuzione di questo speciale dedicato a Salgado.