di Alessandro Giugni

La fotografia di Sebastião Salgado è inscindibilmente legata, nonché fortemente influenzata, dalla sua terra d’origine, il Brasile, luogo questo dove, nel corso della sua vita, farà ritorno più volte.

Nato nello stato di Minas Gerais nel 1944, Salgado crebbe nella vastissima valle del Rio Doce (per comprenderne le dimensioni, basti pensare che essa coincide quasi perfettamente con il Portogallo) presso a fattoria del padre, alle dipendenze del quale lavoravano all’incirca trenta famiglie. Fu in questi luoghi incontaminati che, seppur inconsapevolmente, il giovane Sebastião formò tanto la sua visione quanto la sua filosofia fotografiche.

La sconfinatezza degli spazi, le lunghe distanze tra un luogo abitato e l’altro e la sola presenza di sentieri, che si snodavano tra un numero indecifrabile di alberi, costrinsero Salgado ad abituarsi a camminare per molte ore di fila; un’abitudine che, molti anni dopo, gli tornerà utile durante la realizzazione del suo lavoro più imponente, Genesi, del quale parleremo nei prossimi appuntamenti di questa rubrica.

Fu durante le stagioni delle piogge che il fotografo brasiliano imparò a conoscere quella luce che lo accompagnerà per tutta la vita. Quando si preparavano agli incessanti temporali tipici di quel periodo dell’anno, dense nuvole andavano adornando i cieli, i raggi del sole si facevano via via più fini e, trafiggendo quelle nuvole, ne mettevano in risalto la matericità. Quei cieli osservati durante l’infanzia diverranno elemento imprescindibile e tratto distintivo di tutta la sua produzione fotografica, come possiamo vedere in quest’immagine scattata nelle Isole Anavilhanas (un complesso di circa 350 isole boscose nel Rio Negro) nel 2009 (clicca qui per vederla).

Vivere a stretto contatto con la natura, inoltre, gli ha insegnato ad adeguare il proprio ritmo vitale ai tempi, molto più lenti, della natura stessa, caratteristica questa che ha permesso al fotografo di realizzare alcuni impareggiabili scatti, quale, a titolo di esempio, quello della tartaruga delle Galapagos (clicca qui per vederla). Dopo essere sbarcato all’Isola Isabela, Salgado tentò di avvicinarsi all’animale per fotografarlo, ma quest’ultimo indietreggiò impaurito. Fu così che il fotografo brasiliano, abituatosi in gioventù a rispettare il lento incedere della natura, iniziò a imitare il comportamento della tartaruga, accovacciandosi, restando immobile per interminabili minuti, facendo poi pochi passi, reggendosi su mani e ginocchia, in direzione dell’animale, quasi a imitare il suo comportamento. Gli ci volle un’intera giornata per riuscire a guadagnare la fiducia di quella tartaruga: dopo molte ore di reciproco studio, fu lei stessa ad avvicinarsi a Salgado, lasciandosi immortalare senza più fuggire.

All’età di 15 anni Sebastião si trasferì a Vitoria, nello stato di Espirito Santo, per completare la scuola secondaria, dopodiché si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza. Nel 1956 assistette alla salita al potere di Juscelino Kubiteschek, il quale diede un impulso fondamentale allo sviluppo economico del Brasile durante la sua presidenza (terminata nel 1961): sotto la sua guida venne costruita Brasilia, nacquero l’ALALC (Associazione Latinoamericana di Libero Commercio) e la SUDENE (Sovrintendenza per lo Sviluppo del NordEst) e vennero inaugurate le prime facoltà di economia del paese. Fu così che Salgado decise di abbandonare gli studi giuridici per intraprendere quelli economici, arrivando a laurearsi nel 1967. E fu a Vitoria che egli conobbe Lélia, allora diciassettenne, colei che nel corso degli anni diverrà dapprima sua moglie, poi madre dei suoi due figli e, infine, la più determinata sostenitrice dell’amore di Salgado per la fotografia, divenendo la curatrice di tutti i suoi lavori e delle sue mostre.

Dopo che, il 31 marzo 1964, il maresciallo Castelo Branco prese il potere con un colpo di stato, i militari brasiliani, appoggiati dagli Stati Uniti (i quali, tramite la CIA, con il pretesto di garantire l’ordine in America Latina, si ingerirono pesantemente nella politica interna brasiliana), iniziarono a dare la caccia a tutti quegli attivisti politici (tra i quali figuravano anche Salgado e Lélia) che si erano schierati contro il nuovo regime militare. I vertici di Azione Popolare (un gruppo che sposava le idee provenienti da Cuba e che si era dichiarato pronto alla resistenza armata) ritennero opportuno far emigrare i più giovani membri, cosicché essi potessero sostenere la rivoluzione dall’estero. E, così, Sebastião e Lélia, nell’agosto 1969, si imbarcarono clandestinamente su una nave diretta in Francia.

Fu proprio durante la permanenza a Parigi che Salgado scoprì quell’amore per la fotografia che lo porterà a divenire uno dei Maestri indiscussi di questo media. Allo sbocciare della primavera del 1970, i due giovani, a bordo della loro auto, una Citroen 2CV, decisero di fare un viaggio alla volta di Ginevra per acquistare una macchina fotografica necessaria a Lélia per i suoi studi di architettura. Al ritorno a Parigi, Salgado fu rapito da quelle fotografie che la moglie scattava con la Pentax Spotmatic II appena acquistata. Nacque, così, in lui un’esigenza di fotografare che crebbe di giorno in giorno e che, di lì a pochi anni, lo portò ad abbandonare la sua posizione di funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Caffè per dedicarsi unicamente alla fotografia.

 

Appuntamento alla prossima settimana per il prosieguo di questo speciale dedicato a Sebastião Salgado.