di Alessandro Giugni

Nell’ultimo appuntamento di questa rubrica (clicca qui per leggerlo) abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta della fotografia di Sebastião Salgado ripercorrendo i primi anni della sua vita e approfondendo tanto il suo rapporto con la natura quanto l’amore per la sua terra d’origine, il Brasile, paese dal quale dovette fuggire nell’agosto del 1969 in quanto militante di Azione Popolare.

Nei primi anni trascorsi a Parigi, Salgado lavorò come funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Caffè, posizione questa che garantì a lui e Lélia una vita agiata a fronte dell’ottimo stipendio percepito. Nel 1973, però, a soli 29 anni, Sebastião, dopo averne discusso a lungo con la giovane moglie, decise di abbandonare il proprio ruolo lavorativo per intraprendere la carriera di fotografo freelance. In quello stesso anno, nonostante Lélia fosse incinta del loro primo figlio, Juliano, i due giovani partirono alla volta dell’Africa al fine di realizzare il loro primo reportage fotografico su commissione del CCFD (Comité Catholique contre la Faim et pour le Développement-Terre Solidaire, una ONG francese che per oltre 50 anni ha lottato contro la fame diffusa nei paesi più poveri) e del Cimade (anch’essa una ONG francese, nacque dopo la Seconda Guerra mondiale dalla volontà di alcuni gruppi studenteschi francesi di dare assistenza e sostegno alle persone sradicate dalla loro terra d’origine a causa di guerre, fame e carestie). Salgado accettò subito questo incarico in quanto considerava la fotografia sociale come la naturale evoluzione di quell’impegno politico che lo aveva portato a fuggire dal Brasile. Inoltre, chi meglio di un rifugiato fuggito da una dittatura militare, quale quella che si era instaurata nel 1964 in America del Sud, avrebbe potuto comprendere la condizione di uomini e donne costretti a vivere in condizioni disumane in Paesi dove dittature, fame e miseria erano largamente diffusi?

Durante l’estate del 1973, dunque, Salgado e Lélia attraversarono il Niger a bordo di camion e aerei che trasportavano cibo destinato agli abitanti di zone pesantemente colpite dalla siccità. Nella regione di Tahoua, il fotografo brasiliano realizzò uno dei suoi più famosi scatti: immortalò, sfruttando con estrema maestria la controluce presente sulla scena, una giovane donna che, sulla strada che da un pozzo conduceva a Tchin Tabaraden, reggeva sopra la testa una giara piena d’acqua (clicca qui per vederla). La profondità dello sguardo della donna che Salgado aveva saputo cogliere e l’incredibile ricchezza dei dettagli, figli del combinato disposto della particolare condizione di luce e della capacità espositiva del fotografo, spinsero il CCFD a scegliere suddetta fotografia per la campagna “La terre appartient à tous” (La terra è di tutti). Fu così che tale immagine venne stampata in formato poster e appesa in ogni chiesa e in ogni parrocchia di Francia, nonché in innumerevoli locali della CFDT, fatto questo che valse a Salgado non solo un cospicuo riconoscimento economico (il quale gli permise di finanziare i successivi suoi lavori), bensì anche una notevole fama.

Pochi anni dopo, nel 1975, l’Agenzia Gamma contattò Sebastião, proponendogli di divenire parte di quella che è stata la più importante scuola di fotogiornalismo degli ultimi 50 anni e nella quale, in quegli stessi anni, operarono fotografi del calibro di Raymond Depardon e Hugues Vassal sotto la direzione di Floris de Bonneville.

Dopo aver abbandonato Gamma nel 1979, Salgado decise di realizzare, in collaborazione con Medici Senza Frontiere, un vastissimo reportage (il quale gli richiese 18 mesi di lavoro tra Mali, Ciad, Etiopia e Sudan) volto a raccontare la condizione dei profughi che fuggivano da sete, fame e guerra. Durante questo anno e mezzo, Salgado realizzò alcune delle fotografie più note nella storia di questo media. Una delle più toccanti in assoluto è sicuramente quella ritraente una donna rifugiata nel circondario del Goundam (clicca qui per vederla): immortalata in attesa di ricevere la propria razione di cibo, la sua disperata condizione viene messa in risalto dal gioco di contrasti che sapientemente esalta la pelle raggrinzita e il volto stremato dalla fame. Vi è poi la fotografia di un gruppo di rifugiati in attesa fuori dal campo di Korem, in Etiopia (clicca qui per vederla): il peso del triangolo creato dai tre protagonisti sulla parte destra dell’immagine viene bilanciato dalla figura di spalle intenta ad allontanarsi sul lato sinistro del frame. Inoltre, lo sguardo del bambino in primo piano non può lasciare lo spettatore indifferente. Queste fotografie vennero raccolte in due pubblicazioni, Sahel, l’homme en détresse e Sahel, el fine del camino, lavori questi che valsero a Salgado il riconoscimento del World Press Photo nel 1985. Nel 2007 buona parte delle fotografie che il fotografo brasiliano ha realizzato in 30 anni di lavoro nel continente africano sono divenute oggetto di pubblicazione nell’opera Africa.

 

Appuntamento alla prossima settimana per la terza parte di questo speciale dedicato a Sebastião Salgado