di Alessandro Giugni

Negli ultimi appuntamenti di questa rubrica abbiamo ripercorso alcune tappe della carriera fotografica di Sebastião Salgado: siamo partiti da un’analisi approfondita dei primi anni della sua vita (clicca qui per leggere il primo episodio), abbiamo, poi, analizzato uno dei suoi più importanti lavori, Africa (clicca qui per leggere il secondo episodio) e, infine, abbiamo ripercorso la genesi del suo lavoro intitolato La mano dell’uomo (clicca qui per leggere il terzo episodio).

Quando, nei primi mesi del 1980, si diffuse la voce circa il fatto che in Serra Pelada, sita nello Stato del Pará, a Nord del Brasile, fosse stata scoperta una delle più imponenti miniere del mondo, si scatenò una corsa all’oro senza precedenti. Salgado, che al tempo era impegnato nella realizzazione de La mano dell’uomo, immediatamente fece richiesta all’ente preposto alla gestione del sito affinché gli venisse accordato il permesso di recarsi sul posto per realizzare un’opera di documentazione fotografica. Tale permesso, però, gli fu in un primo momento negato, in quanto il nome di Sebastião risultava ancora annoverato nell’elenco degli oppositori politici stilato dal Servizio Nazionale di Informazione del Brasile. Fu solo nel 1986, quando l’amministrazione della miniera venne affidata alla Cooperativa Mineraria, che Salgado, grazie anche alla raccomandazione di un vecchio amico del padre, venne ammesso a visitare il luogo.

Lo spettacolo che si palesò davanti agli occhi del fotografo brasiliano difficilmente avrebbe potuto lasciarlo indifferente: il sito minerario era stato suddiviso in circa 3.000 concessioni, ognuna delle quali aveva una dimensione di circa due metri per tre e in ciascuna di esse venivano impiegate dalle quindici alle venti persone. La vera peculiarità, però, risiedeva nello status di quei lavoratori impegnati nell’estrazione dell’oro. Essi non erano schiavi, bensì volontari in cerca di fortuna, uomini di ogni estrazione sociale spinti unicamente dal desiderio di scoprire vena aurifera al fine di arricchirsi. Tutte le persone operanti nella miniera vivevano sul posto all’interno di baracche appositamente edificate, ricevevano un buono stipendio e venivano nutriti con carne, riso, verdura e manioca così da essere in forze per poter sostenere il gravoso lavoro diurno.

A colpire Salgado fu soprattutto un dettaglio: negli oltre settanta metri di estensione in profondità della miniera non v’era traccia di un solo strumento meccanizzato. La terra veniva scavata unicamente mediante l’ausilio di picconi e, una volta smossa, levata con il solo uso delle mani. Quando, in presenza di una vena aurifera, la composizione e il colore del terreno mutavano, i minatori impiegavano sacchi azzurri o bianchi per raccogliere la terra, dopodiché, a integrazione del proprio stipendio, veniva loro concesso di scegliere uno dei sacchi trasportati. Questa forma integrativa del salario permetteva a ciascun trasportatore di terra di poter trovare, all’interno del sacco scelto, una minima quantità d’oro o, nei casi più fortunati, ingenti quantità dello stesso, potendosi così arricchire.

Dopo le dovute presentazioni, Salgado si calò all’interno della miniera, così da poter iniziare il suo reportage. È impossibile restare indifferenti di fronte a una delle prime fotografie scattate (clicca qui per vederla): un fiume di uomini si muovevano come tante piccole formiche operose all’interno di una immensa buca. Il sapiente impiego di una lente grandangolare, inoltre, ha accentuato la disparità dimensionale tra i minatori e la miniera.

Dopo che Sebastião ebbe realizzato i primi scatti, tra i minatori iniziò a serpeggiare la voce che egli fosse una spia della società Vale do Rio Doce (proprietaria legale della concessione del sito), motivo per il quale fu inizialmente guardato con sospetto da ogni persona presente. Il caso volle che uno dei poliziotti preposti al controllo dei minatori decise di ammanettare Salgado dopo il rifiuto di quest’ultimo di mostrargli il passaporto. L’ufficiale al cospetto del quale il fotografo brasiliano fu condotto, però, comprendendo l’errore del suo sottoposto, si scusò e permise a Salgado di operare in totale libertà. Non appena uscì dalla baracca nella quale era stato condotto, il fotografo fu accolto da un’ovazione generale. I minatori si erano ricreduti sulla sua persona e, da quel momento in avanti, lo trattarono come se fosse uno di loro.

Sono molteplici, tra quelle realizzate in Serra Pelada, le fotografie che potremmo definire maestose: in una sono ben visibili i gradoni scavati nelle viscere della miniera (clicca qui per vederla), in un’altra si può notare il sudore che impregnava le vesti di uno dei minatori (clicca qui per vederla), in un’altra ancora sembra di poter percepire lo scalpiccio dei passi dei lavoratori (clicca qui per vederla).

 

Appuntamento alla prossima settimana per la prosecuzione dello speciale dedicato a Salgado.