di Alan Patarga

Cos’hanno in comune un microonde spento nella provincia cinese di Jiangsu e l’abete che tra poco più di due mesi addobberemo nelle nostre case? Apparentemente nulla, eppure è proprio alla Cina profonda – quella delle mega fabbriche che negli anni hanno svuotato le manifatture dell’Occidente – che bisogna guardare per capire cosa troveremo sotto l’Albero di Natale. Probabilmente poco, di sicuro meno del solito.

IL CARO-BOLLETTE

Per due motivi. Il primo: scattano oggi, 1 ottobre, come annunciato pochi giorni fa dall’Arera (l’Autorità di regolazione del settore energetico), gli aumenti delle bollette. Un salasso senza precedenti per famiglie e imprese. Quelle che ancora usufruiscono delle tariffe del servizio di “maggior tutela” subiranno un’impennata del 29,8% per quanto riguarda la luce e del 14,4% per il gas. E questo nonostante gli sforzi del governo Draghi per attutire il colpo, con un decreto ad hoc che ha stanziato circa 3,5 miliardi di euro tra riduzione delle voci accessorie in fattura e sconti per i nuclei familiari meno abbienti. Andrà un po’ meglio a chi, in previsione di un obbligo che slitta via via più in là, è già passato al mercato libero: a parità di consumi, informava qualche giorno fa l’Osservatorio prezzi di Facile.it – potrebbe risparmiare il 16% sull’elettricità e il 13% sulla fornitura di metano. Ma il dato che va registrato, in generale, è quello di un maggior esborso da parte delle famiglie per il pagamento delle utenze domestiche, che si tradurrà inevitabilmente – specie per chi deve far quadrare un bilancio magro – in tagli sugli altri consumi.

LA CRISI CINESE

Ma c’è una seconda motivazione che spinge a ipotizzare un Natale senza troppi pacchetti. E qui bisogna guardare appunto a cosa sta accadendo in questi giorni proprio in Cina. Aumentano le segnalazioni di blackout programmati in tutto il Paese, soprattutto nelle grandi province manifatturiere: Jiangsu, Zhejiang, Guangdong. Da sole valgono circa un terzo del prodotto interno lordo cinese e ospitano tra gli stabilimenti produttivi più grandi del mondo. Le acciaierie che riforniscono il grosso dell’industria si sono progressivamente fermate, nelle ultime settimane. E lo stesso ora accade, con frequenza sempre maggiore, alle altre fabbriche: quelle che producono giocattoli, abiti, accessori tecnologici solitamente in cima alle preferenze per i doni natalizi. Le centinaia di navi container alla fonda davanti ai grandi porti, come quello di Ningbo, sono il segno tangibile di una verità non ancora detta, ma difficile da negare: rispettare le scadenze e consegnare gli stock rischia di essere un’impresa impossibile e fermare la produzione cinese equivale a paralizzare quella del resto del pianeta, perché non c’è multinazionale che negli anni non abbia affidato in parte o del tutto al Dragone la realizzazione materiale dei propri prodotti. Nei giorni scorsi, alcuni fornitori di colossi americani come Apple e Tesla hanno annunciato lo stop alle catene di montaggio. Altri stanno seguendo.

La gelata produttiva è conseguenza diretta di uno choc energetico senza precedenti. Lo stesso che sta facendo diventare salatissime le nostre bollette di casa. Anche nell’ex Celeste Impero il prezzo del gas naturale è letteralmente lievitato nel giro di poche settimane. Lo stesso carbone, primo ingrediente del mix di risorse per quanto riguarda il fabbisogno cinese, è sempre più caro. Due i fattori di questa corsa forsennata dei prezzi: da un lato c’è la fisiologica voglia di recuperare terreno dopo il lungo “inverno” del Covid. Il fermo di merci e persone che ha depresso l’economia globale nel 2020 deve giustamente essere archiviato. Il rimbalzo di adesso – in Cina, negli Stati Uniti, in Europa e in definitiva in tutto il mondo – porta inevitabilmente a una “fame” di energia che spinge in alto le quotazioni delle materie prime.

L’EFFETTO GRETA

C’è però anche un altro elemento che sta contribuendo in modo determinante al caro-energia di questi mesi: è la spinta, sempre più forte a livello globale, verso la cosiddetta “transizione energetica”. La giovane attivista svedese Greta Thunberg, ospite nei giorni scorsi a Milano alla Conferenza Youth4Climate, è tornata a chiedere agli Stati di fare di più per abbattere le emissioni inquinanti. E sebbene provocata dal nostro ministro Roberto Cingolani che chiedeva ai ragazzi “proposte concrete” e meno chiacchiere, ogni volta trova sempre meno resistenze da parte dei governanti. Accade così che a determinare il rialzo dei prezzi, oltre al prevedibile boom della domanda (la crescita felice), ci sia anche una spinta uguale e contraria a forzare la mano a livello di fonti energetiche (la decrescita infelice?). Si punta giustamente sulle rinnovabili, ma precorrendo i tempi senza attendere che lo sviluppo tecnologico le renda effettivamente convenienti ed economicamente sostenibili, si imbandiscono aste della CO2 che hanno per effetto quello di alterare i prezzi delle nostre fatture energetiche. Si predica la conversione all’elettrico del parco auto Ue – tutto – entro il 2035. E quello che era un cruccio tutto occidentale (soprattutto europeo) sta diventando un pallino perfino per campioni dell’inquinamento come i cinesi.

Tutti gli osservatori concordano infatti nel dare alla politica di taglio delle emissioni, promossa dal presidente Xi Jinping, un ruolo chiave nella crisi energetica in Cina. Le province manifatturiere orientali, in particolare, stanno fermando le produzioni perché altrimenti supererebbero i limiti posti dalle nuove stringenti (almeno rispetto al passato) normative promosse da Pechino. E’ la sindrome di Greta che contagia il Dragone. E che, tra pericolo di razionamento energetico (già concreto nel Regno Unito) e doni che non arriveranno, rischia di rubarci perfino il Natale.