di Martina Grandori

La bontà di un cibo-icona come il Parmigiano Reggiano non è assolutamente scontata e da oggi dipende anche dalla qualità di vita e dal benessere delle mucche. A dirlo è il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano che investe nella promozione di comportamenti etici e investimenti (11 milioni di euro) negli allevamenti da latte collegati al Consorzio, dopo che in passato ci sono state velature sulle reali condizioni di vita degli animali. Tutto nasce da una prima video – inchiesta del 2017 da parte della onlus Compassion in World Farming Italia (CIWF), dove sono state denunciate le condizioni di vita molto distanti da quelle di benessere, di pascolo libero (è ancora in vigore la crudele pratica della stabulazione fissa in cui gli animali sono tenuti legati con una catena) e di pulizia, fattori che invece ci si aspetterebbe dai caseifici che producono il latte per una delle eccellenze culinarie italiane più famose al mondo. Da qui l’importanza di cambiar rotta con un programma finanziario volontario per i suoi allevatori e caseifici, con il duplice scopo di riconoscere sia chi ha ottenuto punteggi migliori di benessere animale, sia di incentivare il miglioramento degli standard di allevamento. Un programma da implementare in 3 anni, il cui investimento complessivo è di 11 milioni di euro. Alzare gli standard di benessere e rinnovare lo stato delle stalle, una sorta di transizione etica e qualitativa della vita dei bovini. In pratica si tratterà di una valutazione dei dati raccolti nel monitoraggio fra il 2019 e il 2020 di 2500 produttori che attribuisce ad ogni allevatore un “punteggio status” o di “punteggio miglioramento” se il caseificio non ha raggiunto il punteggio richiesto. Oltre poi a visite – valutazione  negli allevamenti da parte del Consorzio e di veterinari proprio per constatare le condizioni di vita degli animali. In Italia sono circa 270.000 le mucche che producono latte utilizzato per il Parmigiano Reggiano, un numero significativo ed un comparto dell’industria alimentare molto importante, soprattutto in termini di brand awarness, la tipicità di questo prodotto è da sempre un sinonimo e un pilastro del Made in Italy.

Resta però ancora da fare, dall’eliminare la pratica “alla posta”, ossia tenere l’animale legato, e garantire l’accesso almeno 120 giorni l’anno al pascolo libero, perché è vero sì che tutto parte da ciò che mangiamo, anche nel caso delle mucche, ma non si tratta solo di foraggio, si tratta di qualità di vita. È quella la grande sfida, anche per noi umani sempre alla ricerca del benessere.