di Alessandro Giugni

L’odierno appuntamento con questa rubrica dedicata al mondo della fotografia conclude l’excursus sulla carriera di Don McCullin. Negli ultimi tre episodi abbiamo ripercorso alcuni momenti fondamentali della vita del fotografo londinese: la travagliata gioventù e la documentazione degli orrori della guerra d’indipendenza cipriota (link); la Guerra del Vietnam (link); gli scontri in Irlanda del Nord tra nazionalisti e unionisti sfociati nel tristemente famoso Blood Sunday  (link).

Ogniqualvolta McCullin si trovava in uno scenario nel quale la follia umana sfociava in inaudita violenza, la sua macchina fotografica scattava senza sottostare alle indicazioni editoriali, restituendo, così, allo spettatore null’altro che la cruda realtà dei fatti così come si erano svolti. Ciò costò al fotografo britannico la fama di “fotografo scomodo e politicamente scorretto”, il che lo rese particolarmente inviso a una certa frangia del panorama politico di quegli anni.

La determinazione, l’incapacità di attenersi alle regole e la sempre viva volontà di essere testimone degli eventi più sconvolgenti del suo tempo spinsero McCullin a precipitarsi in Libano durante la guerra civile che afflisse questo paese tra il 1975 e il 1990 (le cause di tale conflitto le abbiamo già approfondite in un precedente articolo riguardante Gabriele Basilico, clicca qui per leggerlo). E così, nel 1976, McCullin realizzò una delle più struggenti e sconvolgenti fotografie della sua carriera (clicca qui per vederla). Mentre si trovava nel quartiere musulmano di Karantina, un quartiere nel nord-est di Beirut, fu spettatore della strage, perpetrata dalle milizie cristiane, di centinaia di palestinesi. Nonostante avesse fatto ricorso a tutta l’esperienza maturata negli anni addietro al fine di non farsi notare, dopo alcuni giorni venne individuato dai miliziani, i quali, dopo averlo circondato, senza troppi giri di parole gli dissero: «Se scatti ancora una sola foto ti uccideremo». Data l’impossibilità di ribattere, McCullin si incamminò tra le strade di una martoriata Beirut intenzionato più che mai a lasciare il Libano. Pochi istanti dopo, però, udì distintamente il suono di un mandolino. Istintivamente si voltò e i suoi occhi incrociarono lo sguardo di sei giovani cristiani, tra i quali due spiccavano su tutti: uno teneva tra le mani un fucile d’assalto, l’altro un mandolino che aveva appena rubato in una casa, sita alle spalle dei giovani, alla quale con ogni probabilità essi avevano dato fuoco dopo averla saccheggiata. Al centro della strada, a pochi passi dal piccolo gruppo, giaceva il cadavere di una giovane palestinese, la quale era stramazzata al suolo dopo essere stata più volte colpita alla schiena dai proiettili sparati dal ragazzo armato. «Vieni a farci una foto», dissero al fotografo con aria divertita, incurante dell’orrore che li circondava. In un primo istante, McCullin esitò, considerando che pochi minuti prima un’altra frangia delle milizie cristiane gli aveva esplicitamente intimato di astenersi dallo scattare anche solo una fotografia. La sua natura di reporter di guerra e la sua volontà di raccontare i fatti per come realmente erano accaduti, però, lo indussero a superare i timori per la propria vita e a premere il pulsante di scatto. L’immagine così prodotta avrebbe potuto fungere da prova per inchiodare quel gruppo di scellerati ai loro crimini.

Quella sera stessa la Falange, venuta a conoscenza dell’esistenza di una prova così schiacciante dei crimini commessi dalle milizie cristiane ai danni dei palestinesi, spiccò un mandato di cattura nei confronti di McCullin, dando ordine che, dopo essere stato preso, venisse giustiziato sul posto. Il fotografo britannico riuscì a fuggire aggregandosi a due venditori di macchine da scrivere giapponesi, i quali erano riusciti a convincere un autista a percorrere la Valle della Bekaa, conducendoli, così, in Siria, dove poterono imbarcarsi per Londra a bordo di un volo della Pakistan Airways.

Nonostante si fosse ripromesso di non tornare mai più in Libano, vi fece ritorno nel 1982 per testimoniare i bombardamenti e i massacri nei campi profughi palestinesi perpetrati dagli israeliani. Quella, però, fu davvero la sua ultima guerra. «Fotografare le guerre significa rubare il dolore di altre persone. È brutto per me dirlo oggi, ma è la verità. Da quel momento ho pensato che volevo provare a fotografare senza togliere la dignità a nessuno».