di Alessandro Giugni

Si conclude oggi lo speciale dedicato a Gabriele Basilico, fotografo del quale abbiamo parlato nei due precedenti appuntamenti di       questa rubrica (clicca qui per gli altri articoli: parte 1parte 2).

Nel 1991 la nota scrittrice libanese Dominique Eddé diede mandato a Basilico e ad altri 5 grandi fotografi (Robert Frank, René Burri, Foaud Elkoury, Raymond Depardon e Josef Koudelka) di realizzare un reportage volto a descrivere la condizione di Beirut, capitale del Libano, dopo 15 anni di guerra civile.

Questa città era stata teatro, tra il 1975 e il 1990, di una lotta intestina tra le due fazioni nelle quali la popolazione era divisa: da un lato, i libanesi di fede cristiana temevano di perdere la propria egemonia demografica e politica come conseguenza dell’arrivo dei profughi palestinesi; dall’altro, la componente musulmana della popolazione, considerandosi sottorappresentata all’interno delle istituzioni, mirava a mettere in discussione i rapporti di forza a livello politico-istituzionale. Con l’arrivo dei palestinesi in terra libanese a seguito della politica repressiva nei loro confronti disposta dall’allora re di Giordania, Ḥusayn ibn Ṭalāl, Beirut era divenuta uno dei centri nevralgici della milizia dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (nota con la sigla OLP). Il Libano divenne una polveriera a seguito della sottoscrizione, avvenuta il 3 novembre 1969, degli Accordi del Cairo tra l’OLP e una delegazione libanese, accordi con i quali la presenza dei miliziani palestinesi venne legalizzata nel paese, scatenando, così, l’immediata reazione del confinante Israele, che rispose con consistenti e continui bombardamenti.

Il 13 aprile 1975 alcuni miliziani palestinesi attentarono alla vita di un nutrito gruppo di persone che, in un tranquillo quartiere di Beirut, stava assistendo alla consacrazione di una chiesa: il rombo di un’auto che sfrecciava ad alta velocità interruppe la festa, molteplici raffiche di mitra echeggiarono nell’aria, poi il silenzio, un desolante silenzio di morte. A poche ore di distanza, 27 palestinesi, armati fino ai denti e diretti verso un altro luogo affollato per compiere un ulteriore attentato, furono crivellati di colpi dai militanti falangisti. Questi due eventi determinarono lo scoppio della guerra civile. Uno scontro senza frontiere e senza regole durante il quale, tra il 1979 e il 1983, i servizi segreti israeliani, sotto la guida del generale David Agmon, fomentarono gli scontri tra palestinesi e siriani ponendo in essere una serie di attentati con autobombe senza che venisse lasciata alcuna traccia israeliana: una tecnica questa la di cui finalità era da ricercare nella volontà di Israele di provocare l’OLP a compiere ulteriori attentati, giustificando così una conseguente invasione del Libano da parte di Israele stesso. E fu proprio tale strategia a risultare determinante per la formazione del tristemente noto partito Hezbollah, composto da musulmani sciiti originariamente addestrati alla guerra dai Pasdaran inviati dall’Iran. La guerra si protrasse fino al 1990, anno nel quale le truppe siriane posero ufficialmente fine al conflitto occupando le roccaforti di Aoun.

Dopo 15 anni di violentissimi scontri, Basilico si trovò di fronte a una Beirut martoriata e inizialmente, non vedendo altro che macerie, ebbe particolare difficoltà a trovare la giusta ispirazione per svolgere il compito assegnatogli. Determinante fu l’aiuto fornitogli dallo scrittore libanese Sélim Nassib, il quale lo condusse, non senza difficoltà, data la condizione degli edifici, sul tetto di ciò che restava dell’Hilton, invitando il fotografo a guardare all’orizzonte e chiedendogli cosa vedesse. Dopo un’attenta osservazione, Basilico scorse alcuni panni stesi su un balcone e del fumo proveniente da un piccolo fuoco: la città, sotto le macerie, dietro ai fori di proiettile di diverso calibro su ogni parete, era ancora viva, ferita, certo, ma viva.

Ciò che il fotografo ha realizzato nei due successivi mesi di lavoro costituisce un unicum nella storia della fotografia: 600 foto in formato 10×12 in grado di coniugare lo sguardo architettonico, che avevamo conosciuto in Ritratti di fabbriche, con il potere della memoria e la volontà di dare voce a quella città che, con ogni centimetro di ciò che di essa rimaneva, gridava contro l’assurdità di quella interminabile guerra civile della quale era stata teatro.