di Alessandro Giugni

Nel precedente articolo di questa rubrica abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta della fotografia di Gabriele Basilico partendo dall’opera che lo ha consacrato tra i grandi di questa forma d’arte, Milano. Ritratti di Fabbriche.

Il 18 aprile 1983 il Comitato interministeriale per la pianificazione regionale francese (CIAT) decise di finanziare un progetto volto alla documentazione e rappresentazione del paesaggio della Francia degli anni ’80. Il 25 gennaio 1985 Bernard Attali, allora responsabile finanziario del predetto Comitato, annunciò ufficialmente il lancio della Mission photographique de la DATAR: secondo il disegno originale, essa avrebbe dovuto avere una durata di un anno e avrebbe dovuto coinvolgere 12 fotografi, francesi e stranieri. In corso d’opera, però, la Delegazione interministeriale per la pianificazione territoriale e l’attrattiva regionale prese coscienza della necessità di ampliare la durata della Missione al fine di creare un vero e proprio archivio fotografico volto a dare compiuta rappresentazione della Francia del tempo. Fu così che la commissione venne estesa da 12 a 28 fotografi, tra i quali figurò anche Gabriele Basilico, dando vita alla più grande committenza pubblica della storia della fotografia. Le oltre 200.000 immagini che sono da essa nate sono oggi conservate presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi.

E fu proprio durante questi 4 anni che Basilico scattò quella che lui stesso soleva definire “la foto contemplativa d’eccellenza”. Mentre si trovava a Le Tréport, in Alta Normandia, il fotografo decise di ricercare un punto di osservazione che gli permettesse di avere una visione d’insieme della città. Arrivato in cima a una collina poco distante dal centro cittadino, davanti a Basilico si stagliò una scena quasi onirica: alla sua destra, le case antiche e gli edifici industriali addossati a un fitto bosco; alla sua sinistra, le barche ormeggiate nel porto e il mare increspato; sullo sfondo, la campagna normanna; sopra di lui, un cielo alla Vermeer dove le nuvole correvano veloci sospinte da un vento incessante. Questo paesaggio si sposava perfettamente con la lirica fotografica di Basilico, lirica secondo la quale l’essere umano, apparentemente assente, risulta pienamente presente negli elementi architettonici che fanno da protagonista delle fotografie di Gabriele, risultando, dunque, l’uomo inscritto in un registro spaziale diverso e coesistente rispetto a quello immortalato. Anche il modo in cui questa fotografia venne scattata rispecchia pienamente la filosofia di questo Maestro: per conferire all’immagine finale la matericità necessaria, egli aveva bisogno di un tempo di posa lungo e fu così che, dopo aver posto la fotocamera sul cavalletto, egli dovette togliersi la giacca al fine di poterla usare come vela di protezione per il cavalletto stesso, evitando, in questo modo, che esso potesse essere mosso dal vento. «E finalmente ce l’ho fatta. Poi sono rimasto lì come un comandante che guarda la battaglia o un bambino che si stupisce».

È con questa fotografia che il rapporto di Basilico con il paesaggio muta completamente: essa costituisce un processo di massima sintesi perché il paesaggio in essa immortalato avvolge completamente lo spettatore, rimandando a Le Tréport nella sua interezza e globalità, dilatando lo spazio e il tempo. Nel libro “Gabriele Basilico di Francesco Bonami viene riportata una frase di questo fotografo che ben riassume la filosofia che dal momento di quello scatto in avanti lo accompagnerà per il resto della sua vita: «Contemplare significa spendere più tempo rispetto al mero atto dell’osservazione, dimenticare il tempo, lasciarsi alle spalle la rapidità e le acrobazie della fotografia ad alta velocità, concedersi l’opportunità di immergersi, quasi in meditazione, nella bellezza della natura e dissolversi in essa

Appuntamento alla prossima settimana con l’ultima parte dello speciale dedicato a Gabriele Basilico.