di Alessandro Giugni

«Arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante: non cerco l’acqua, ma un punto di vista. L’azione fondamentale è lo sguardo: devo trovare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. La foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo».

Sono queste le parole con le quali Gabriele Basilico, classe 1944, era solito descrivere il suo modo di approcciarsi all’arte della fotografia: non v’era smania di scattare, bensì l’eccezionale capacità di immergersi a fondo nei luoghi nei quali si trovava, di contemplarli e, solo dopo essere entrato in simbiosi con essi, di fotografarli.

Quello tra Gabriele e la fotografia è un amore nato quasi per caso nel 1968. Dopo il conseguimento della laurea triennale in architettura al Politecnico di Milano, Basilico dovette prestare sevizio militare alla caserma Cavour di Torino. A capo di essa era stato da poco posto Gianadelio Maletti, salito alla ribalta della cronaca nel 1976 quando, dopo essere stato assegnato al Servizio Segreto Italiano e promosso a generale, venne arrestato e successivamente condannato dalla Corte d’Assise di Catanzaro per favoreggiamento nei confronti di Guido Giannetti e Marco Pozzan nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana.

Terminato il periodo nell’esercito, Basilico si ritrovò catapultato in un mondo completamente diverso da come lo ricordava: le piazze di ogni città erano scenario di continue manifestazioni, le università venivano occupate e le lezioni venivano continuamente sospese e rimandate. In un simile contesto, a Gabriele Basilico fu regalata una macchina fotografica ed egli subito pensò di renderla il proprio mezzo per contribuire al cambiamento, testimoniando con le sue immagini la frenesia dei cortei. E fu così che realizzò una fotografia destinata a rimanere nell’immaginario collettivo: nel corso del Festival Pop al Parco Lambro di Milano, sopra la folla si eresse una bambina, che non indossava alcun vestito, intenta, con sguardo gioioso, a fare una linguaccia a tutti i presenti.

Ma la carriera di Basilico non era destinata a essere relegata alla fotografia documentaristica: ben presto si rese conto che i suoi studi di architettura avrebbero potuto ben sposarsi con il neonato amore per la fotografia e fu così che decise di aprire il suo studio fotografico in Via Brera.

A consacrare il suo talento fu la pubblicazione dell’opera Milano. Ritratti di Fabbriche, la prima edizione della quale risale al 1981. Un’opera questa che lo porterà a divenire il primo vero e proprio “fotografo di spazi architettonici”. Tale lavoro nacque da un’intuizione che Basilico ebbe la domenica di Pasqua del 1978: leggendo una rivista curata da due grandi urbanisti del tempo, Marco Romano e Augusto Cagnardi, il fotografo prese coscienza della rilevanza sociale che stava assumendo la discussione relativa alla trasformazione dello spazio urbano. Quasi come fosse un segno del destino, nel medesimo periodo aveva acquistato un libro di due coniugi tedeschi, Bernd e Hilla Becher, saliti alla ribalta della cronaca per i loro studi sulla fotografia industriale e divenuti promotori della Scuola di Düsseldorf. Fu così che Basilico, a cavallo del suo fedele motorino e armato di una sola cartina in scala 1:5000 e della sua fedele fotocamera, iniziò ad esplorare le periferie partendo dalle strutture industriali abbandonate del Vigentino. Un’indagine sullo spazio urbano durata due anni e finalizzata a restituire dignità estetica, attraverso la ricerca di atmosfere metafisiche alla De Chirico, a quei luoghi che la maggioranza della popolazione rinnegava.

Appuntamento alla prossima settimana per la prosecuzione dello speciale su Gabriele Basilico.