di Alessandro Giugni

 Nel precedente articolo di questa rubrica abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta della storia personale di Don McCullin e della sua straordinaria carriera nel mondo del fotogiornalismo, quest’ultima decollata nel 1964 a seguito della vittoria del World Press Photo grazie a un’immagine scattata a Cipro durante gli scontri tra greci e turco-ciprioti.

Dopo il conseguimento del suddetto prestigioso riconoscimento, McCullin fu incaricato dal Sunday Times, editoriale al tempo considerato baluardo del giornalismo d’inchiesta e investigativo, di coprire la Guerra del Vietnam (di tale evento bellico abbiamo già approfondito le cause nell’articolo dedicato a Eddie Adams). In un arco temporale di undici anni, il fotografo britannico si recherà ben quindici volte in terra vietnamita, aggregandosi all’esercito americano, per testimoniare gli orrori di uno dei più tragici e inutili conflitti della storia dell’umanità.

Fu durante la battaglia volta alla riconquista della vecchia capitale dell’impero vietnamita, Hue, oggi capoluogo della provincia di Thua Thien-Hue, che McCullin fermò sulla pellicola l’immagine di un marine, evidentemente sotto choc, con gli occhi persi nel vuoto e le mani intente a serrare la canna del suo fucile. Una fotografia divenuta il simbolo del fallimento della politica interventista perpetrata nel sud-est asiatico da Lyndon B. Johnson, allora Presidente USA. Nell’immaginario collettivo questa fotografia è considerata il capolavoro di McCullin. Egli, però, a causa tanto della notorietà acquisita nel tempo da tale immagine quanto dal numero incalcolabile di volte in cui di essa gli è stata richiesta una stampa, ha in più occasioni dichiarato di essere arrivato a odiarla. «Io la odio […] per me è divenuta troppo comune. La gente dice che è l’immagine più significativa del Vietnam, ma non è vero: ci sono altre mie foto più potenti».

Con queste parole egli fa riferimento a uno dei più drammatici, e al contempo poetici, scatti mai realizzati durante un conflitto bellico: parliamo di quello che ritrae tre soldati americani intenti a ripararsi dietro a un muro dopo che due di essi erano intervenuti per salvare il terzo, gravemente ferito a entrambe le gambe. È impressionante notare come la precisione compositiva sia in grado di esaltare la sofferenza del soldato ferito e, allo stesso tempo, l’immensa umanità del gesto di quei due soldati che, sprezzanti del pericolo, si erano lanciati in soccorso del compagno. A questa fotografia è legato un episodio che, forse più di ogni altro, riesce a esplicare la filosofia e l’etica fotografica di McCullin, le quali ben si riassumono nelle sue parole: «Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo». Dopo aver premuto il pulsante di scatto, il fotografo britannico incominciò a gridare per avvertire quei tre soldati che, se fossero rimasti dietro quel muro ormai prossimo a sgretolarsi, sarebbero morti tutti. Essi cominciarono a correre disperatamente in direzione di un nutrito gruppo di marines appostati sull’altro lato della strada, ma il peso del compagno ferito li fece cadere tutti e tre a terra. Senza pensarci due volte, McCullin si lanciò a sua volta in soccorso del marine ferito, lo caricò sulle spalle e, incurante della pioggia di proiettili, riuscì a trarlo in salvo. Un gesto di tal genere determinò un radicale mutamento nell’atteggiamento che i soldati americani avevano fino a quel momento riservato al fotografo. Da quel momento egli divenne per loro un fratello. «Ne avevo visti molti con la faccia spappolata, senza più le mani, avevo registrato tutto e mi avevano tenuto con loro, ma arriva un momento in cui bisogna dare qualcosa in cambio per ottenere rispetto»

Tra i sessantamila negativi e le oltre cinquemila stampe, che McCullin conserva nella sua casa immersa nella campagna del Somerset, ci sono anche immagini di speranza, fotografie nelle quali Don ha saputo cogliere il momento in cui mondo sembra salvarsi da quella che a tutti gli effetti pare essere un’eterna condanna alla violenza. Tra queste, vi è la fotografia che più di tutte McCullin ama, quella che ritrae un marine che sorregge una anziana vietnamita portandola in salvo dall’oceano di macerie che li circondava. A colpire lo spettatore è il gioco di opposti tra gli elementi in essa racchiusi: l’abbigliamento militare del giovane contrasta con la croce che adorna il suo elmetto; lo sguardo perso nel nulla, attonito, dell’anziana donna confligge con il sorriso del marine; la devastazione che circonda i due, causata dalla caduta di bombe e dagli scontri a fuoco, stride di fronte all’assenza di un fucile sulle spalle del ragazzo.

Appuntamento alla prossima settimana per la terza parte dello speciale dedicato a Don McCullin.