di Alessandro Giugni

È il 9 ottobre 1935 quando a Finsbury Park, un malfamato distretto a nord di Londra, nasce uno dei fotografi più influenti del XX secolo, Don McCullin.

Ogni immagine scattata durante la sua carriera evoca i fantasmi di una giovinezza profondamente segnata dalla violenza, dalle cattive frequentazioni e dal dolore vissuti in quel quartiere londinese che oggi si sviluppa attorno a una delle più importanti stazioni della metropolitana, Finsbury Park Station. Il primo contatto con l’orrore della morte lo ha avuto a seguito della scomparsa del giovanissimo padre quando McCullin aveva solo quattordici anni. Una tragedia questa che lo colmò di rabbia verso Dio, nei confronti del quale da quel momento perse ogni fede, e verso ogni altro essere umano. Negli anni a venire visse come un criminale, districandosi tra risse di strada e atti vandalici. Gli amici dei quali si era circondato non erano da meno. Due esempi su tutti: a quello che fu suo testimone di nozze venne reciso di netto il naso durante uno scontro in un pub, mentre uno dei suoi più cari amici d’infanzia fu impiccato per aver ferito a morte un poliziotto.

A salvarlo, per sua stessa ammissione, fu la fotografia. L’amore nei confronti di questo medium nacque nel 1956 quando, durante il servizio militare nella RAF, non avendo superato l’esame scritto per conseguire il titolo di fotografo militare, venne inviato come assistente fotografo nella zona del Canale di Suez, dove dovette lavorare in camera oscura. Al suo ritorno a Londra realizzò un servizio fotografico su una nota gang londinese, lavoro questo che divenne oggetto di pubblicazione su The Observer nel 1959 e che gli permise di essere notato dalla stampa internazionale.

Fu così che nel 1964 ricevette il suo primo incarico ufficiale in una zona di guerra: avrebbe dovuto documentare gli scontri tra greci e turco-ciprioti in atto sull’Isola di Cipro.

A seguito della richiesta formale, inoltrata dal rappresentante della Grecia presso le Nazioni Unite, affinché il tema dell’autodeterminazione del popolo cipriota fosse incluso nell’agenda della successiva sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU, Regno Unito e Turchia fecero fronte comune opponendosi duramente alla possibilità di una imminente unione tra Cipro e la Grecia. Fu così che, nel 1955, il colonnello greco George Grivas, nativo di Cipro, diede vita all’Organizzazione Nazionale dei Combattenti Ciprioti (meglio conosciuta come EOKA) e intraprese una campagna militare anti-britannica, che portò alla morte di un centinaio di persone, rivendicando l’indipendenza dell’Isola, considerata tassello fondamentale affinché si potesse poi procedere all’unione con la Grecia. In questo contesto, la minoranza turca presente sull’isola manifestò al governo turco la propria contrarietà alla possibilità di divenire un’insignificante minoranza all’interno dello stato greco. E così, nel 1957, in risposta all’enosis, nacque il Partito Nazionale Turco, ma ciò non fu sufficiente ad arrestare il processo di conquista dell’indipendenza, la quale fu riconosciuta con il Trattato di Zurigo nel 1959. Gli scontri all’interno del neonato stato unitario cipriota non si placarono e, a seguito di una paralisi governativa causata dai veti incrociati posti dal presidente greco-cipriota e dal vicepresidente turco-cipriota e a fronte della bocciatura da parte del governo turco di Ankara di 13 riforme costituzionali presentate dal vescovo Michael Mouskos, si arrivò alla guerra civile.

È proprio durante questi scontri che McCullin scatterà alcune delle sue più celebri fotografie. In un piccolo villaggio turco, entrando in una casa di pietra, si trovò davanti a una scena agghiacciante: sul pavimento giacevano tre corpi, un padre e i suoi due figli, immersi in un lago di sangue. All’improvviso entrarono alcune persone. Tra esse vi era la moglie di uno dei due giovani uccisi, la quale incominciò a gridare per il dolore e si distese sul corpo dell’amato. «La prima persona che ho visto morire nella mia vita è stato mio padre […] una cosa che mi faceva sentire diverso da chiunque altro, ma quel giorno a Cipro ho capito che non ero solo, il mio era un dolore universale». In questo quadro di dolore, McCullin, rimasto impassibile di fronte a tutto quell’orrore, impugnò la macchina fotografica e con estrema freddezza premette il pulsante di scatto, regalandoci un’immagine dura, drammatica e allo stesso tempo incredibilmente potente.

Un’altra fotografia scattata durante questo conflitto gli valse il World Press Photo nel 1964, divenendo il primo inglese a vincere questo premio. Don McCullin immortala il dolore di una giovane madre, circondata da un coro di donne piangenti e dalla disperazione del figlio, che aveva appena scoperto di essere diventata vedova. Una scena che non può che ricordare nella composizione un quadro di Goya. «La tragedia crea immagini iconiche […] il problema con queste immagini è che se tu le componi bene sembrano quasi dipinte e hanno un aspetto religioso».

Appuntamento alla prossima settimana con la seconda parte di questo speciale dedicato a Don McCullin.