di Alan Patarga

Nelle ultime ore si è parlato molto di “biliardini”. Termine che in realtà indicherebbe almeno tre tipologie di diffusissimi giochi da bar: calciobalilla, ping pong (o tennis-tavolo, come amano dire i puristi), flipper.
Si dice ora che sarebbero presto “salvi” da un odioso balzello che avrebbe indotto molti gestori di esercizi pubblici, inclusi gli stabilimenti balneari, a rinunciarvi pur di non incorrere nelle mire del fisco. Una norma, inserita in un emendamento al decreto Pnrr in discussione al Senato, è stata infatti approvata in extremis: consentirebbe, secondo quanto riportato, di eliminare l’obbligo di certificare questi giochi, come richiesto invece dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Pericolo scampato? Sembrerebbe di sì, ma mai dire mai: il balzello eliminato oggi potrebbe tornare utile alle casse dello Stato un domani, e quindi ricomparireall’ordine del giorno. Fatto sta che per un decennio abbiamo vissuto – noi appassionati dei biliardini – nel limbo fiscale, giocatori d’azzardo a nostra insaputa e biscazzieri involontari i gestori dei locali che concedevano a noi e ai nostri figli di divertirsi.

LA “TROVATA” DI MONTI

Succede infatti che una norma ragionevole, introdotta dal governo Berlusconi nel 2009 per combattere il proliferare dei videopoker, monitorarne e regolamentarne la diffusione, sia stata tre anni dopo – nel 2012, ai tempi del governo tecnico di Mario Monti – del tutto snaturata. La regola originaria era stata infatti pensata per evitare che innocui videogiochi venissero trasformati in pericolose macchine d’azzardo: censirle significava controllarle e se necessario reprimere gli abusi, che spesso portavano a fenomeni di ludopatia. Ma per l’esecutivo dei tecnici questo non era evidentemente abbastanza: occorreva trasformare tutto ciò che è gioco in una macchina da soldi per le casse pubbliche.
Così, una legge estese l’obbligo di certificazione a tutti i giochi “di puro intrattenimento senza vincite di denaro”. Insomma, i biliardini. Obbligo che il buonsenso ha lasciato fortunatamente inapplicato fino al 2020, quando all’Agenzia delle Dogane si sono accorti di avere per le mani una possibile miniera d’oro. Dapprima, l’ente ha comunicato una serie di date (e successivi slittamenti) per mettersi in regola: sostanzialmente, compilando un’autocertificazione. Facile, no? Macché. Basti pensare che per spiegare tempi e modi di compilazione sono servite 3 determine e ben 7 circolari esplicative. Poi, i costi: 10 euro da versare in due tranche da 5 euro cadauna per altrettante pratiche. Pochi? Sicuramente, sì. Ma questo solo per la prima fase. Quella che scadeva lo scorso 15 giugno e che aveva fatto scattare l’allarme del Sib, il Sindacato italiano balneari. La fase 2 non sarebbe stata così a buon mercato: per commissionare un’omologazione ufficiale a uno dei pochi enti certificatori in Italia servono dai 3 ai 5 mila euro, cioè all’incirca quanto la sanzione (pari a 4 mila euro) per chi non si fosse messo in regola.

COME IL CATASTO

Salvo sorprese, tutto questo resterà il ricordo di una mancata oppressione fiscale, capace di colpire oggetti del cuore come i calciobalilla. Ma escludere che un giorno il balzello ritorni è difficile, come lo è pensare che la revisione degli estimi catastali non porterà mai a un aggiustamento (mediamente al rialzo) delle tasse sugli immobili. Una cosa è certa: sui biliardini l’imposizione del fisco non è tramontata. Resta comunque da pagare l’Isi, l’Imposta sugli intrattenimenti. Questo genere di apparecchi, inclusi i quasi sempre gratuiti ping pong, vi “sono assoggettati, da oltre venti anni” precisa una nota dell’Agenzia delle Dogane. Consiste in un’aliquota dell’8 per cento sugli incassi, che nel caso dei biliardini si presumono forfettariamente di 510 euro. Risultato: 40,80 euro da pagare a prescindere. E ringraziare, perché il pericolo grosso è scampato.