di Martina Grandori

All’inizio della pandemia si è tanto parlato del disastroso impatto ambientale che mascherine, dispositivi di sicurezza, camici e molto altro ancora stavano generando. Ma la pandemia era appena iniziata e il discorso è rimasto un argomento in sospeso, troppo complicato, purtroppo, far fronte in contemporanea ad un altra situazione emergenziale che andava a colpire ancora una volta la natura. Alcune associazioni, fortunatamente però non hanno smesso di pensare e studiare soluzioni per dare una seconda opportunità di vita alle tonnellate di mascherine gettate via ogni giorno. Accade fra Torino e Mondovì, dove il professor Daniele Battegazzore, ricercatore del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino nella sede di Alessandria, esperto di polimeri, lo scorso anno ha tentato di realizzare il prototipo di un processo per trasformare le mascherine usate in nuovi oggetti. Un’impresa non da poco se si calcola che solo negli ambienti scolastici è stato stimato un consumo di 100 milioni di pezzi  ogni due settimane e il relativo processo di smaltimento è stato sempre stato appaltato al settore dei rifiuti indifferenziati, quindi quelli che per definizione non hanno grandi prospettive di riciclo. Il progetto ha preso il via a Mondovì ai primi di giugno quando i ragazzi fuori dal Liceo Vasco-Beccaria-Govone hanno iniziato a raccogliere le mascherine appoggiati dall’Associazione Circolo delle Idee e dal Comune di Mondovì. Nei mesi successivi il Dottor Battegazzore ha continuato i suoi studi in nome di una circolarità di questi dispositivi, e spiega “la parte principale delle mascherine, quella di colore azzurro per capirci, che rappresenta circa il 70% di una mascherina chirurgica, è realizzata con materiali che possono essere lavorati e trasformati per diventare plastica per ricavarne mobili o arredi. Si tratta di un processo tecnicamente fattibile, e neppure troppo complesso”. Difficile però avviare una raccolta consistente e sanificarle, si tratta pur sempre di rifiuti particolari in quanto materiale sanitario, il tutto con dei costi che sono in fase di analisi. Bisogna poi rimuovere la piccola asta metallica all’altezza del naso, il resto può invece essere sminuzzato attraverso un macinatore, fuso diventando un polimero adatto anche alla stampa in 3D di oggetti, si tratta di aggiungere degli additivi che consentono la produzione di nuovi suppellettili che vanno dal porta matite, alle tastiere per computer e altro materiale utile in ambiente accademico. La produzione per decollare però necessita di volumi importanti, la raccolta fuori dalle scuole non basta ed è qui che entrano in gioco alleanze con aziende: raccogliere a fine giornata i dispositivi dei dipendenti (anche FFP2) per avviare una catena produttiva su larga scala, dall’inizio del Covid sono 8,4 milioni le tonnellate in più prodotte dall’uomo. Ovviamente ora che l’utilizzo di questi dispositivi si sta calmierando visti gli andamenti della pandemia dell’ultimo periodo, ma non scompariranno e sarebbe utile per la questione ambientale un incentivo dallo Stato, per raccoglierli e sovvenzionare progetti per dare loro una seconda vita.