di Mario Alberti Marchi

E così pare di essere tornati ai vecchi tempi, quando metà Paese, nonni compresi, si ritrovava a rivoluzionare la giornata per gestire bambini e ragazzi, lasciati a casa dal famigerato sciopero degli insegnanti.
Come allora, anche oggi parte la girandola di critiche, lamentele e rivendicazioni. Sempre quelle: gli insegnati hanno stipendi da fame, però in estate stanno in vacanza per tre mesi… sì, ma durante l’anno si portano il lavoro anche a casa. Prescindendo dalle valutazioni di qualità del sistema d’istruzione. È proprio sull’aspetto economico che il ritorno allo sciopero ci richiama, imponendo di tracciare un profilo attendibile.
Innanzi tutto cerchiamo di capire quanto costa l’Istituzione. In realtà la stima è più che mai incerta: si va dagli 8.200 euro l’anno a studente, calcolati da Ocse nel 2015, ai circa 6000 stimati dal Ministero nel 2020. Comunque poco, anzi pochissimo, rispetto a quasi tutti gli altri Paesi europei. Solo Spagna e Portogallo fanno peggio. Per capirci, la Germania quasi 11.000 auro all’anno per ogni studente.
L’asticella bassa riguarda tutte le componenti di spesa, compresi (e qui veniamo al tema centrale) le retribuzioni degli insegnanti.
Eurydice, la rete istituzionale che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei, ci dà un quadro- anche in questo caso- poco incoraggiante.
Gli stipendi iniziali degli insegnanti italiani si collocano – insieme a quelli dei colleghi francesi, portoghesi e maltesi – nel range tra 22mila e 29mila euro lordi annui.  Più alti tra 30mila e 49mila euro sono quelli degli insegnanti in Belgio, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Svezia, Islanda e Norvegia.
Stipendi superiori a 50mila euro si registrano in Danimarca, Germania, Lussemburgo, Svizzera e Liechtenstein.
Sconfortante la progressione nel corso della carriera. In Italia gli stipendi iniziali degli insegnanti possono aumentare di circa il 50% solo dopo 35 anni di servizio. C’è poi il rapporto con il costo della vita, che vede il potere di acquisto fermo, almeno negli ultimi negli ultimi cinque/sette anni.
Ora, anche nel settore dell’istruzione, si confida nell’iniezione di finanziamenti del PNRR. La prima fase del piano prevede 3 miliardi di euro per il Piano per gli asili nido e le Scuole dell’infanzia, 800 milioni di euro per il Piano di costruzione di 195 nuove scuole, 400 milioni di euro per il potenziamento del tempo pieno attraverso l’incremento delle mense scolastiche, 300 milioni di euro per le attività sportive scolastiche, 710 milioni di euro per il Piano di messa in sicurezza e riqualificazione.
Interventi indispensabili per allineare la qualità del sistema pubblico, ma nei quali – almeno per il momento – sembra essere assente un capitolo che riguardi gli stipendi degli insegnanti.
Se è vero che l’idea di scioperi nazionali stride con la delicatezza del momento, è vero anche che parlare di nuove generazioni, senza preoccuparsi di chi deve formarle, fa a pugni con l’idea di vero rilancio del Paese.