di Gabriele Rizza

L’Italia ripudia la guerra per Costituzione ma non per vocazione. Il Decreto Ucraina, oltre a stanziare miseri aiuti per il caro benzina e poco altro – in pieno stile lockdown –  porterà in dote l’aumento della spesa militare dall’1,4% del proprio PIL al 2%, passando dai 26 miliardi di euro attuali a 38 miliardi di euro circa all’anno. Il decreto è stato votato con 391 voti favorevoli su 421 deputati presenti, una maggioranza schiacciante e silenziosa, altro sintomo di come il Parlamento sia ormai ridotto a semplice sportello comunale, di quelli che ti rilasciano il rinnovo del documento d’identità. Non c’è solo il conflitto ucraino dietro: alla fine dello scorso anno era stato decretato un più 5,4% rispetto al 2021 di spese in armi, pari a 1,3 miliardi di euro, registrando già con questo “piccolo” aumento il budget più alto di sempre destinato all’esercito.
La chiamano spesa per la Difesa, ma il massiccio invio di aiuti bellici all’Ucraina è nei fatti tutt’altro rispetto alla narrazione della solidarietà raccontata dal governo e dal mainstream, quello che anziché fare cronaca fa propaganda, come nel caso del quotidiano La Stampa, che in copertina pubblicava pochi giorni fa una foto straziante di una strage nel Donbass causata dai russi, per poi scoprire che si trattava sì di una strage, ma dell’esercito ucraino ai danni dei russofoni del territorio. La guerra è guerra, le vittime sono uguali, dalla parte giusta e dalla parte sbagliata. La pace è pace, e da quando esiste il mondo non si è mai portata avanti schierando in campo le armi, forse mostrandole, ma mai schierandole. La narrazione per farci accettare un balzo indietro di settant’anni, con la complicità della cosiddetta libera informazione del cosiddetto mondo libero è criminale quanto un colpo di mitraglia sui civili.
Lo hanno capito gli aereoportuali di Pisa. Anziché trovarsi a caricare sul cargo “scatoloni” carichi di viveri e medicinali, hanno avuto tra le mani armi, munizioni ed esplosivi, rifiutandosi di collaborare. Gesto semplice, naturale ed umano che testimonia ancora una volta la spaccatura tra la piazza e il palazzo, per dirla alla Francesco Guicciardini, anche lui toscano. Perché i 38 miliardi spesi in armi – ed è legittimo che uno Stato spenda per la propria difesa, se di difesa si tratta – superano non di poco il budget delle politiche sociali mosse dai governi durante il lockdown e per il reddito di cittadinanza, che insieme fanno 27 miliardi, 11 in meno. Eppure, gli italiani subiranno ancora per molto le conseguenze dei rincari di gas, luce, carburante, grano e carta, ma gli si dirà che siamo in crisi ed in pericolo per sopportare ancora una volta privazioni sociali. E pochi, se non nessuno, tra quelli seduti in Parlamento alzerà un dito per domandare al governo Draghi che siamo l’Italia e non gli Stati Uniti, che approvare misure in direzione dell’escalation militare ha costi irreversibilmente superiori per noi e non per Joe Biden, provvisto di olio di scisto e delle sue colonie in Sud America. Soprattutto, nessuno chiederà al governo cos’è davvero la pace