di Gabriele Rizza

Per chi in questa estate caldissima fosse più appassionato alle mosse, ai fatti, alle dicerie e strategie che ai programmi politici, è meglio che guardi a ciò che accade a sinistra dello schieramento di centrodestra. Letta, Calenda, Fratoianni, i verdi e Di Maio: accordi, convivenze, passi indietro per stare tutti insieme finché poi uno scappa e lascia il resto della coalizione di centrosinistra con circa 13 seggi in meno, perché tanti sono i seggi che il Partito Democratico rischia di perdere all’uninominale senza quel 7% che i sondaggi attribuiscono di default ad Azione, il partito di Calenda.

Dicevamo dei fatti e delle strategie, dei Tweet e delle alleanze anziché delle proposte dei programmi, roba che dovrebbe far precipitare nei sondaggi chiunque sia coinvolto in questo calderone (e infatti per ora è così), ma anche il caos è réclame e attira la curiosità di chi vota. Tradotto: conta cosa proponi agli elettori ma anche il percorso che hai fatto per definire la tua posizione nello scacchiere elettorale. Chissà quindi se il dietrofront di Calenda dal PD – Di Maio – Fratoianni più che un accidente fosse un programma. La storia di Calenda – secondo Calenda – potrebbe essere questa: mi sono avvicinato in buona fede, magari rinunciando a qualche seggio a vantaggio del PD, tutto pur di non dare il Paese in mano agli incompetenti della destra (perché secondo Calenda non esiste destra o sinistra ma solo competenti e incompetenti) ma la condizione era non dare troppo spazio agli incompetenti nel centrosinistra, Di Maio e Fratoianni, per dire. Letta ha tradito l’accordo, ed io adesso mostro la mia assoluta coerenza con il mio pensiero restando solo (o con Renzi) con i miei competenti. Insomma, per Calenda potrebbe esser stata una mossa politica per comunicare la propria coerenza e fede nella competenza. Ora Azione dovrà decidere se abbracciare Renzi per un grande centro, risolvendo anche il problema delle firme per presentarsi, oppure andare solo e trovare 40 mila firme in pochi giorni in piena estate, visto che +Europa è rimasta da Letta e non può appoggiarsi a questo partito, come a sua volta cinque anni fa fece la Bonino con Tabacci.

Grande centro di Renzi e Calenda, o piccoli centri se divisi. Ma che ruolo avrà questo centro/centri in campagna elettorale e nella prossima legislatura? Si parta da una considerazione ideologica – politica: la sinistra italiana, guidata dal PD, è sempre più prossima al centro che a sinistra. Prova ne è anche lo spostamento a sinistra del baricentro politico dei Cinque Stelle, una sinistra populista, per acchiappare più voti visto che certe tematiche sono blindate dalla destra, come la sicurezza. Il PD dunque si trova in una fase di debolezza perché ormai è il partito più realista del Re, il favorito di Bruxelles e della finanza, si ancora a sinistra per i diritti civili e la mano morbida sull’immigrazione. Renzi e soprattutto Calenda, condividono il centrismo – soprattutto economico – del PD, ma vogliono smarcarsi da quell’aria di “politichese” e di poltronismo che ormai aleggia sul PD. Vogliono essere quelli smart, capaci anche di rosicchiare voti a destra, un macronismo in salsa italiana. Obiettivo difficile, perché il PD ha strutture, è il partito erede del PCI e non si potrà soppiantare, ma in questa debolezza Renzi e Calenda possono prendere voti e condizionare. Ed è sul verbo condizionare che si gioca tutto: Matteo Renzi dichiara in TV che “con il 5% sarò decisivo nella prossima legislatura”, perché se il centrodestra dopo il 25 settembre non avrà i numeri – e Renzi ci sta scommettendo e forse ha ragione perché tanto ancora deve succedere – in un ipotetico governo di unità nazionale avrà quel potere che gli ha permesso di fare cadere il Conte II. Il centro ricorda bene come funziona il Parlamento italiano: vince chi può condizionare, non chi deve governare.