di Gabriele Rizza

Solve et repete, letteralmente “paga e poi richiedi”, pratica contrattuale molto diffusa che, in parole semplici, in un contratto obbliga una parte all’adempimento di quanto richiesto prima, anche se questa parte ha subito un errore dall’altra parte in causa. In pratica, il solve et repete è una clausola vessatoria che potrebbe richiamare epoche lontane, eppure con la legge di bilancio 2022 è ritornate prepotentemente – seppur in forma light– nel sistema tributario italiano nell’articolo 3 bis del dl n.146/2021.
Mettiamoci nei panni di un libero cittadino, di una ditta individuale o una qualsiasi impresa che riceve una cartella esattoriale dall’Agenzie delle entrate che questo semplice cittadino/imprenditore sostiene per esempio di aver già pagato: prima di contestare e portare davanti un giudice la questione questo cittadino/imprenditore dovrà versare quanto richiesto, in un’unica soluzione o rateizzando. Aggiungiamoci poi la beffa di quando un cittadino vince una causa contro lo Stato e quest’ultimo non è tenuto a rimborsare le spese legali, ed ecco che lo Stato vessatorio è servito. Una regola semplice quanto fuori dal tempo quella del solve et repete, ancora più in pieno stile kafkiano se inserita nella giungla della burocrazia e del conflitto sociale italiano. Anche questi sono gli effetti della lunga pandemia: quelli di una popolazione tenuta a bada da quel che resta della politica per distrarla da una realtà dove la povertà corre più del covid, proponendogli, giorno dopo giorno, ansia e terrore, complici i media e le loro prime pagine, come se si fosse ancora ai tempi della prima variante di Whuan del 2020. Ed è così che un cavillo passa inosservato, approvato quel Parlamento di cui ormai sentiamo parlare ogni sette anni quando elegge il Capo dello Stato. Un cavillo che può complicare la ripresa economica di tanti, che con le proprie forze hanno retto alle difficoltà dei lockdown. Perché quando ufficialmente l’Agenzie delle Entrate ritiene che gli si debba qualcosa, un’impresa rischia un pregiudizio riguardo la possibilità di partecipare a bandi pubblici o a vedersi restituiti tutti i crediti che l’impresa vanta con lo Stato, cosa che andrebbe a compromettere il futuro economico del privato, specie se per un motivo del tutto ingiusto qualora fosse l’Agenzie delle entrate a sbagliarsi. “Almeno”, resta la possibilità di dichiarare di pagare quella somma solo per evitare questi pregiudizi e non in quanto si ha accettato quella cartella. Evvai.