di Camillo Tarocci

Uscito bastonato dalla battaglia per il Quirinale appena tre settimane fa, il centrodestra in cerca d’autore (e di unità) si trova su un piatto d’argento il ticket perfetto per i prossimi anni.
La domanda è se chi aspira a guidarlo saprà riconoscerlo.
Il primo indizio lo fornisce un’illuminante intervista concessa da Letizia Moratti al Foglio, firmata da Maurizio Crippa. Sul futuro della coalizione, la vicepresidente della Regione Lombardia pare avere le idee chiarissime, ben più dei giovani leader di partito (Salvini e Meloni) da tempo stucchevolmente indecisi se marciare divisi o colpire uniti. “Vedo un centrodestra che non può che essere liberale, convintamente europeo e saldamente collocato – è la cronaca drammatica di questi giorni – nell’alleanza atlantica. E’ un’area moderata che ha ancora in Berlusconi il suo riferimento”. Un centrodestra (non un centro, attenzione) capace di dire all’Europa come riformarsi: due gli esempi citati, la partita del gas e quella dei vaccini.
Come dire: se sovranismo dev’essere, che sia europeo, che sia cioè una politica tesa a sfruttare il peso specifico dell’Unione sullo scacchiere internazionale.
L’ex sindaco di Milano non cita esplicitamente leader stranieri, ma si avverte nelle sue parole la
preoccupazione per il vuoto lasciato in Europa dall’addio alla politica di Angela Merkel e allo stesso tempo l’assenza di un federatore capace di riunire, a livello nazionale, il blocco dei moderati e dei conservatori. Ma uno stile c’è già e – verrebbe da dire – è proprio quello della Lady di ferro del Pirellone: “Una leadership di qualità ci vuole; lo abbiamo visto anche alle amministrative: i cittadini chiedono affidabilità (…) Concretezza, per me è la parola decisiva. Significa avere come obiettivo le risposte da dare ai cittadini”. Moratti parla di “leadership istituzionale” e cita come esempio la collaborazione tra lei e il ministro della Salute, Roberto
Speranza, che essendo anche il leader di Leu non potrebbe esserle politicamente più lontano, eppure quel che conta – spiega con pragmatismo lombardo – è il risultato: “Significa non rincorrere una bandiera, un umore”. Chi pensa di fare politica con i trend topic è avvisato, così come chi gioca alla competizione interna, correndo il rischio di sfasciare una coalizione che sulla carta può solo vincere in carrozza le prossime elezioni politiche: “Il tema vero politico è federare, è la capacità di fare una federazione tra anime diverse ma non così differenti. Io credo il centrodestra che abbiamo ora delineato lo possa fare. Ribadisco, sono più le cose che uniscono che non quelle che dividono”, conclude Donna Letizia. E il pensiero non può che farsi stupendo: e se fosse proprio lei quel federatore?
L’altro indizio arriva dal Palazzo della Consulta. Giuliano Amato, neoeletto presidente della Corte costituzionale, con una conferenza stampa piuttosto inedita (non si ricordano interventi come il suo dai tempi del mandato di Enrico De Nicola, puntuto primo capo dello Stato) ha spiegato le ragioni che hanno spinto i giudici a promuovere alcuni quesiti referendari, e a bocciarne altri. Giudizi che hanno messo in imbarazzo il Pd, scontentato i pasdaran dei temi sensibilmente etici (non si voterà su eutanasia e cannabis) e mandato in sollucchero il centrodestra, in particolare Lega e Forza Italia. Il via libera a ben cinque quesiti su sei, in tema di giustizia, è una vittoria personale per Matteo Salvini, che ci ha messo la faccia, ma soprattutto
rappresenta il coronamento di una battaglia garantista che Silvio Berlusconi ha condotto per quasi un trentennio, spesso in solitudine. C’è, sulla carta, l’occasione per scardinare lo strapotere delle procure e depoliticizzare la magistratura.
Abbastanza per fare del Dottor Sottile la miglior scelta possibile per Quirinale, nell’ottica di un centrodestra “istituzionale”. Perché al secondo settennato pieno di Sergio Mattarella non crede nessuno, e la possibilità che già il prossimo anno –scavallata la legislatura – si proceda a un avvicendamento al Colle è più che mai concreta. Amato, che all’ultimo giro non è mai veramente entrato in lizza, potrebbe presto aspirare al ruolo di candidato naturale alla successione. Soprattutto in caso di vittoria elettorale del fronte moderato. Non è un caso che fosse proprio lui, ex premier Psi e poi di centrosinistra, il candidato “berlusconiano” nel 2015.
Andò come sappiamo: Matteo Renzi ruppe, proprio sul voto per il presidente della Repubblica,  il Patto del Nazareno e scelse Mattarella. Le cronache di questi giorni dicono che il Cav., ancora una volta, aveva però visto giusto. Su Amato come su Moratti, richiamata di gran carriera a salvare la sanità lombarda dalla disfatta del 2020. Salvini e Meloni, pure indispensabili al progetto, se ne facciano una ragione: il ticket Quirinale-Chigi c’è già e porta la firma di Silvio Berlusconi.