di Gabriele Rizza

Quello di cui il cittadino è senza alcun dubbio certo è che il Parlamento del 2022 non è lo stesso di quello di dieci anni fa, lo stesso vale per il Presidente della Repubblica. Alla decadenza del primo, corrisponde il prestigio del secondo.
La pandemia è solo l’ultima delle vicende che hanno messo in luce l’impotenza del Parlamento, lo avevano già fatto la crisi del 2008 e il governo Monti. Sono dieci anni che non ricordiamo più una grande riforma o un progetto di quelli che cambiano la vita di un Paese che viene dal Parlamento, specie – e questo è il nodo che verrà al pettina – sul piano economico e sociale. Ricordiamo grandi discussioni e movimenti nelle aule di Montecitorio o Palazzo Madama solo per le tematiche etiche, come il ddl Zan o la cannabis legale, cose che non scostano il bilancio dello Stato. Al contrario, la cronaca politica ha assistito al lavoro di Giorgio Napolitano per porre fine al governo Berlusconi, prima senza successo con Gianfranco Fini, poi finalmente con Mario Monti. Il neo confermato Sergio Mattarella, all’epoca della formazione del governo gialloverde, mise il veto politico su Paolo Savona ministro dell’economia. Non era mai successo che un Presidente dicesse no ad un ministro per questioni ideologiche (nel caso di Savona si trattava delle critiche alla nostra moneta, l’euro), eppure è passato tutto in sordina.
Parlamento e Presidente della Repubblica, fatti appena raccontati in apparenza slegati. Eppure c’è un comune denominatore che fa filare tutto con logica: l’Unione Europea e i mercatiIl Parlamento per le tematiche che davvero segnano il futuro ha ormai le mani legate. Deve rispettare criteri, rating, trattati decisi altrove, ha una sovranità azzoppata, e lo sarebbe anche se il clima partitico fosse meno disordinato, ma se è disordinato lo è anche per questioni esterne: il Partito Democratico è il partito che deve stare al governo, in qualsiasi governo, in quanto garanzia per le politiche dell’UE. Il Parlamento non ha materialmente la forza per scrivere qualcosa di importante, viene tutto scritto a Bruxelles. Tagli di tasse, pensioni, diritti sul lavoro, politiche sociali: i bilanci di Roma passano prima da Bruxelles.
Di contro, in un clima politico che porta a governi poco stabili e a maggioranze e minoranze fluide, è proprio l’Unione Europea che vede nel Presidente della Repubblica l’unico interlocutore stabile per l’Italia, facendo così crescere di fatto la responsabilità della  prima carica dello Stato. È per questo che Mattarella ha dovuto dire di no a Savona: avrebbe fatto schizzare il rating, perché l’UE e i mercati non potevano accettare la possibilità di un critico dell’euro al ministero dell’economia, e infatti in quei giorni lo spread schizzava alle stelle.
Non è il Presidente a voler più potere o il Parlamento ad aver abdicato, è lo stato delle cose, di fatto. Siamo sulla strada del presidenzialismo, e forse, piuttosto che far andare le cose per inerzia, sarebbe opportuno prendere in mano la questione e tutelare la democrazia con una riforma seria e ragionata aldilà del parlamentarismo di oggi, che non è più la maggior tutela della sovranità e democrazia. Mario Draghi Presidente della Repubblica sarebbe stato come un primo ministro seduto al Quirinale, di certo non avrebbe fatto bene alla democrazia.