di Angelo Portale

Molti di noi sono cresciuti con in testa la frase: «Attento che Dio ti vede!». Non mi importa indagare le origini storicistiche, antropologiche o sociologiche del come mai questa espressione sia divenuta di uso consueto nella predicazione, o nel modo di fare catechismo in un certo periodo della Chiesa, vorrei invece cercare di darne una nuova interpretazione, perché, anch’io, ne ho subito gli effetti deleteri.

La seconda lettera agli Ebrei delle letture domenicali di questa settimana me ne dà l’occasione. Il versetto in questione è il seguente: «Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto».

Il fatto che non ci sia nessuna creatura che possa nascondersi di fronte a Dio è per me una cosa solo e assolutamente positiva. Mi viene da dire: “Meno male che nessuno può nascondersi di fronte a lui!. Perché? Perché innanzitutto Dio non spia, ma osserva, e il suo guardare è sempre un guardare che ama. Quando Dio ci guarda, ci guarda tutti e sempre come figli. Il sapere di essere nudi e scoperti di fronte a lui non deve metterci paura ma deve farci sentire protetti. Egli è l’unico di fronte a cui possiamo stare radicalmente nudi senza vergognarci. Avere la consapevolezza di questo ci può aiutare anche ad essere più sinceri con noi stessi, a non avere paura delle nostre debolezze e delle nostre ombre, a guardarle con coraggio, fiducia e speranza, perché sappiamo che egli, il creatore, non ci condanna, per cui noi possiamo non condannarci. È il sentirci amati da Dio nella nostra nudità, che fa nascere in noi quella gratitudine e quella forza necessari per amare gli altri nelle loro nudità (che siano fragilità umane o che siano peccati). L’amore non è solo sforzo, ma anche e soprattutto una risposta grata: “amo, perché Dio mi ama”, “sono capace e voglio perdonare i miei nemici perché ho fatto esperienza dell’amore di Dio quando sono stato suo nemico. Quanto è bello e libero l’amore frutto di gratitudine a Dio!

Meno male, quindi, che non possiamo nasconderci di fronte a Dio! Vuol dire che in ogni “luogo” (stato d’animo o circostanza concreta) lui c’è. In ogni luogo c’è Qualcuno che mi conosce: ovunque posso non sentirmi smarrito e straniero.

Non abbiamo bisogno di nasconderci, perché Dio non è un poliziotto ma un padre. Il suo è sempre uno sguardo di protezione, mai di inquisizione.
I conti che dobbiamo rendere a Dio non sono computati sui nostri peccati, ma sulle occasioni di bene: su quanto abbiamo amato. Questa rendicontazione però non è fatta con lo scopo di punirci, né con quello di coglierci in fallo, ma solo e soltanto con quello di stimolarci a fare il bene. “Rendere conto” è una espressione per dire quale debba essere il parametro delle nostre azioni. Il parametro delle nostre azioni non può esser altro che l’amore, perché Dio è amore. Dover rendere conto a Dio è allora una spina nel fianco benedetta e provvidenziale, che tiene sveglia la nostra coscienza.