di Martina Grandori

Il pop scende in campo, si impegna a cambiare non solo i comportamenti sociali ma anche con un approccio più green, l’essere più sopportabile diventa la scelta, concettuale e pratica, per cantanti e case discografiche unite dalla causa ambientale. La musica è cultura, è un bene comune, unisce, genera cambiamenti, vitale quindi che anch’essa si muova in una direzione più rispettosa per Madre Natura. Più studi negli ultimi tempi hanno dimostrato con numeri alla mano, che questo settore ha ancora molta strada da fare, un concerto genera fra i 2 e i 10 kg di CO2 per spettatore, arrivando un’emissione di oltre 500 tonnellate di CO2 pari ad un evento allo Stadio Olimpico. Anche la sete di nostalgia per il passato ci mette del suo a complicare le cose. Dal 2019 in America le vendite di LP sono incrementate del 13%, un report della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) 33 e 45 giri rappresentano attualmente quasi il 10% del mercato, con una crescita annuale del 44% e un problema: le conseguenze di questo revival rischiano di creare un allarme a livello ambientale. Il docente di musicologia all’Università di Oslo Kyle Devine nel suo libro Decomposed spiega come le modalità di produzione degli LP sia sostanzialmente da sempre immutato, sempre a base di PVC e quindi cancerogeno. Da una ricerca di Greenpeace, a produrre la il PVC per i vinili è Thai Plastic and Chemical Public Company Limited di Bangkok, colpevole di scaricare i detriti chimici direttamente nelle acque. Di fronte a questi scenari nascono iniziative, spesso anche italiane, come il “Manifesto della musica sostenibile”, dieci precetti redatti dall’Associazione dei Produttori Musicali Indipendenti PMI, con la collaborazione di IMPALA e Rockol, che invitano gli artisti e tutto il settore musicale ad adottare un approccio meno impattante dei loro eventi live e, in generale, dell’intera filiera che ruota intorno alla produzione di singoli ed album e all’organizzazione dei tour. Perché l’impegno non sta solo nelle parole delle canzoni, quelle sono bellissime, ma poi si perdono nel vento della quotidianità. Sono i fatti, le piccole scelte che poi influenzano le masse e danno origine ai cambiamenti: gli eco-tour in America sono diventati il nuovo format, nel 2020 Billie Eilish aveva dichiarato “No music on a dead planet”; i Coldplay fecero discutere per la loro scelta di fermare la programmazione dei loro concerti dal vivo: “Mai più tour che non siano eco sostenibili”, aveva detto il frontman Chris Martin. L’estate scorsa in Italia l’artista più ecologico e influente, Lorenzo Cherubini, aveva dato vita nel 2019 al Jova Beach Tour, un calendario di appuntamenti a basso impatto ambientale. A giugno parte “Back to the Future Live Tour” di Elisa, la cantante di Bassano del Grappa attentissima alla causa. Lei fa sapere che le attrezzature viaggeranno su un solo tir anziché 7 come in passato; merchandising in cotone organico, niente più plastica monouso e il cibo per lo staff che avanzerà verrà portato prontamente ad associazioni. E poi la scelta di ricorrere a risorse e materiali che si trovano sul posto di data in data, mettendo già in conto che certe cose non si potranno realizzare, ma l’importante è trasmettere un messaggio di impegno nel cambiamento.

Un protocollo redatto dal Politecnico di Milano e Music Innovation Hub, società volta a sviluppare soluzioni per sostenere la crescita della filiera musicale e dei suoi stakeholder. L’obiettivo è  accompagnare le aziende verso un futuro più sostenibile attraverso progetti musicali: ecco come si muove MIH, nata a Milano nel 2018 che guarda alla musica come propulsore di innovazione sociale.