di Martina Grandori

L’impegno della moda a migliorare il suo impatto sull’ambiente è un dato di fatto. Dal recupero di tessuti dismessi, dall’impiego di scarti di alimenti per produrre pelli vegane, dai pannelli solari strategicamente disposti sui tetti delle fabbriche, dalle nuove tecniche di tintura a base vegetale e meno inquinanti, a molto altro ancora. Gli stilisti cercano di allinearsi alla grande tribù di coloro che vogliono mandare un messaggio di cambiamento, la moda, è ormai risaputo, è l’industria che inquina di più, seconda solo a quella petrolifera. Ma facciamo un passo indietro, la questione della sostenibilità nasce formalmente nel 1987 con il Green Marketing e la redazione di un documento da parte della Word Commission Enviromental and Development, in cui lo sviluppo sostenibile è definito come “incontro dei bisogni del presente senza andare a pregiudicare le possibilità delle generazioni future nell’incontrare i loro bisogni futuri”. Purtroppo, in questi ormai quasi 40 anni, ci si è accorti troppo tardi dell’impatto di un abito sul pianeta e ora si cerca di correre ai ripari.

I grandi gruppi del lusso lo fanno con macro campagne e sponsorizzazioni a progetti green, l’antesignana Stella McCarthney che ha eliminato la pelle animale e le pellicce sin dagli inizi, Gucci è il primo ad aver ottenuto la certificazione ISO 20121 per la sostenibilità delle sue sfilate; non abbastanza per Alessandro Michele che ha voluto Gucci Equilibrium, un portale dedicato a spiegare e fornire aggiornamenti sulle pratiche sociali e ambientali della casa di moda. Prada punta ad un azzeramento dei gas serra, una drastica riduzione della plastica monouso e diminuire l’impatto negativo delle microfibre quando si parla di acque inquinate. Il nuovo Dior di Maria Grazia Chiuri, questa estate ha presentato una capsule di vestiti e costumi per lui insieme a Parley for the Oceans, onlus dedicata alla protezione degli oceani. Anche Prada si sta impegnando in questo senso con Re-Nylon, il tessuto sintetico più iconico della Maison milanese rivisto in chiave sostenibile: tutto in econyl, nuovo materiale rigenerato frutto del riciclaggio e della purificazione dei rifiuti di plastica raccolti da oceani, reti da pesca e rifiuti di fibre tessili. Ma è fra gli stilisti emergenti, che l’attenzione alla circolarità e alla sostenibilità della loro produzione (Made in Italy) diventano il punto di partenza di tutto. Minimizzare gli sprechi, ridurre il consumo energetico, fare solo al massimo due collezioni all’anno con capi che trasmettano una continuità di stile e il concetto di qualità di qualcosa che duri anni, materiali innovativi frutto del riciclo di scarti alimentari o dalla plastica recuperata dal mare, e, non in ultimo una maggiore attenzione all’etica. Tutti pilastri del Made in Italy, grande etichetta onnicomprensiva che andrebbe molto più valorizzata.