di Martina Grandori

L’arte tessile calabrese è uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy, sin dall’epoca della cultura Enotria, XV secolo a.C., ci sono testimonianze di questo artigianato che ha sempre affondato le sue radici nell’antico processo di lavorazione della ginestra a uso tessile, apprezzata anche per la sua incredibile resistenza, tant’è che veniva impiegata per le corde da pesca, da qui il nome dato alla qualità utilizzata, la Spartium Junceum, che deriva proprio dalla parola greca sparton, ossia corda. Non solo i greci: i continui scambi con la cultura araba e bizantina nei secoli hanno permesso alle donne calabresi creare nuovi motivi e imparare nuove tecniche di lavorazione come “a licci” con trame più semplici adatte a lenzuola e asciugamani; oppure la Trappigna, un broccato spinato decisamente corposo che si usava per le coperte nuziali e la cui influenza bizantina predomina. In ultimo, la tecnica “a Pizzulune” con la quale si ottenevano tessuti a rilievo. Tracce di abiti in fibra di ginestra sono stati rinvenuti anche a Pompei, Plinio il Grande nella sua De rerum natura racconta come nel I secolo a.C. la ginestra fosse utilizzata per la creazione di lenzuola e tovaglie, fino alla prima metà del Novecento questo tessuto naturale contava oltre 60 laboratori di produzione, di cui 15 proprio in Calabria.

Con quel suo color giallo inconfondibile, definita anche “l’oro della macchia mediterranea”, capace di crescere con pochissima acqua, non necessita nemmeno di trattamenti con insetticidi e altre sostanze tossiche, la diffusissima e bellissima ginestra è presente in tutta la parte centro-sud dell’Italia. Ma è in Calabria (solo nel Parco dell’Aspromonte sono stati localizzati oltre 5.000 ettari di ginestreti) dove è stato depositato il primo brevetto di una nuova metodologia che consente di ricavare dalle ginestre tessuti a zero impatto ambientale.

A idearlo un team del Dipartimento di chimica e tecnologie chimiche dell’Università Unical guidato dal professor Giuseppe Chidichimo, che dal 2005 lavora su questo. “La novità rispetto al vecchio sistema si basa su una preliminare disidratazione del vegetale seguita da una reidratazione fatta con piccole quantità di acqua a riciclo. Il la pianta rimane presso l’impianto di sfibratura pochissimo, solo un giorno. Non vengono impiegati reagenti chimici come la soda che veniva usata precedentemente e che genera residui che richiedono costi energetici onerosi per il loro smaltimento o riciclaggio” ha spiegato il professor Chidichimo. La moda del domani di fatto guarda sempre di più a quelle fibre nobili, naturali e durevoli nel tempo il cui impatto ambientale sia sempre meno marcato, il tessile ha molte colpe in tema di inquinamento delle acque, e l’antica stoffa in fibra di ginestra è il futuro.