di Stefano Sannino

È ormai di un paio di settimane fa la notizia del voto previsto per il prossimo 25 Settembre, ma proprio come prima di ogni altra elezione, il sistema rappresentativo viene dato per scontato non trovando spazio nel dibattito pubblico nazionale e locale. Tutti siamo chiamati al voto e, proprio tramite il voto, ad eleggere un governo che agisca e governi in nostra vece: in poche parole, siamo chiamati a delegare la nostra autorità per garantire la sopravvivenza dello Stato civile in cui viviamo. Questa è, dopotutto, la democrazia. Il popolo elegge dei rappresentanti che possano governare in sua vece, esautorandosi di ogni facoltà di governo o amministrazione.
Nulla di più sbagliato. Sebbene infatti siamo abituati a pensare alla democrazia come ad un sistema di governo rappresentativo per cui pochi vengono delegati dai molti a governare, se guardassimo al passato ci renderemmo conto che non è sempre stato così. La democrazia ateniese era, de facto, molto diversa da quella che viviamo oggi, poiché fondata su premesse fondamentalmente differenti. In primo luogo, le elezioni (che presuppongono labilità della popolazione di votare secondo coscienza e coerenza; abilità che, però, non può essere data per scontata come viene fatto oggigiorno) erano sostituite dalle estrazioni, un metodo molto più imparziale e sicuro. Tramite lestrazione dei cittadini eleggibilila città di Atene riusciva a contenere un fenomeno che oggigiorno è, purtroppo, sempre più dilagante: la corruzione. Pensando al passato siamo infatti sempre troppo spesso dimentichi del fatto che molto poco sono cambiati i meccanismi che tengono in piedi la nostra società e che i problemi che viviamo oggi spesso in qualche misura erano vissuti anche allora. La corruzione non è figlia della contemporaneità, ma ha sempre fatto parte di ogni organizzazione statale della storia umana e la democratica Atene in questo senso non faceva certo eccezione. Ma gli ateniesi, a differenza nostra, erano riusciti non solo ad identificare il problema, ma anche a trovare una soluzione, fondando la propria democrazia non sullelezione del popolo dei suoi rappresentanti (e dunque aumentando le possibilità di corruzione per vedersi assegnare la carica), bensì sullestrazione casuale di coloro che avrebbero dovuto ricoprire determinate magistrature e che sempre e comunque dovevano superare degli esami etici, teorici e delle valutazioni legali (dovevano essere, per esempio, incensurati ai fini della legge ateniese). Oltre allestrazione vi era dunque anche una sorta di epistocrazia dei magistrati, ovverosia vi era la consapevolezza che per fare un determinato lavoro vi ci dovessero essere a monte determinate competenze.
Il fatto che oggi ci si lamenti sempre più spesso della corruzione del governo e della classe politica in generale dipende dunque univocamente solo da un fatto: nessun paese occidentale è una democrazia in senso stretto. Sebbene usare il termine oligarchia possa apparire forte, in realtà ci permette di non discostarci troppo dalla realtà. Oligarchia, letteralmente, significa governo di pochie storicamente abbiamo assistito ad oligarchie elettive e ad oligarchie aristocratiche, in cui a governare erano cioè le stirpi di coloro che erano ritenuti migliori (gli áristos, appunto). Tutte le democrazieoccidentali contemporanee sono dunque oligarchie nel senso che sono i pochi, eletti dai molti, a vedersi delegato tutto il potere di governo con meccanismi di controllo del tutto blandi, se non quasi completamente assenti. Il fatto che allestrazione casuale sia stata sostituita lelezione implica di fatti un aumento esponenziale del problema della corruzione e dunque dellinadeguatezza degli eletti a ricoprire determinate cariche, oltre naturalmente al fatto stesso che anche i meccanismi di controllo (magistratura e popolo) sono anchessi a loro volta soggetti a corruzione e ad incompetenza.
Tuttavia, tutto il mondo moderno si è evoluto in questo modo e non possiamo  di certo cambiare il sistema di governo di mezzo mondo proprio ora, dopo secoli dalla sua adozione, giusto?
Posto che per moltissimi esperti, cito per esempio J. Brennan, questo sarebbe del tutto possibile (basti pensare a tutte quelle rivoluzioni non violente che hanno visto protagonisti innumerevoli Paesi di tutto il mondo ed i loro governi), lo scopo del dibattito è un altro, ovverosia porsi una semplicissima domanda: se democrazia significa potere del popolo, che tipo di potere è rimasto al popolo a parte eleggere i propri rappresentanti? Siamo forse liberi di legiferare o mettere il veto alle leggi fatte dai nostri rappresentanti come è sempre accaduto in quasi tutte le democrazie della storia? Siamo forse liberi di far cadere un governo senza lutilizzo della forza come è sempre stato in nostro potere in moltissimi Paesi ed in moltissime epoche antiche? Siamo davvero sicuri, in poche parole, che il popolo abbia effettivamente una qualche forma di potere?
La triste risposta sembra, purtroppo, piuttosto evidente: lunico scopo del popolo negli Stati moderni non è quello di avere potere come il termine democrazia suggerirebbe, ma solamente quello di delegarlo ad unoligarchia che per sua propria natura è e diventerà sempre più corrotta ed incompetente perché questo implica il sistema rappresentativo-elettivo.
A questo varrebbe la pena pensare mentre ci apprestiamo alle urne il prossimo Settembre.