di Martina Grandori

Una volta, e non si parla di un secolo fa, la moda seguiva le stagioni, di fatto l’armadio aveva gli abiti caldi per l’inverno e quelli freschi e leggeri per l’estate. Sempre una volta gli indumenti duravano una vita, ce li si tramandava in casa, per alcuni un vezzo snob, per altri una certezza per il salvadanaio, ora con 100 microstagioni individuate nel Pianeta, gli abiti durano il tempo di un sospiro, la moda usa e getta impera con tutte le sue problematiche, in primis l’impatto ambientale. Di questo se ne parla già da tempo e sempre di più produttori, enti e attivisti cercano di trovare soluzioni, fra queste riprendere a produrre capi in materiali naturali e sicuramente rieducare i consumatori a non cambiare l’armadio ogni anno. Purtroppo quelle campagne di marketing in cui si invita a riportare in negozio indumenti non più amati per trasformarli poi in nuove fibre ecologiche, non  sono così efficaci e non raccontano la verità. Sono centinaia di milioni le tonnellate di microfibre rilasciate negli oceani ogni anno per questo tipo di trattamento che genera tessuti in fibre riciclate, ma ovviamente ciò non viene raccontato ai clienti che credono che portare i loro abiti pre-loved sia un gesto virtuoso. A Londra, da un recente studio della Royal Society for the Arts, il 49% dei capi prodotti dalle etichette che fanno capo al fast fashion, ma che al contempo cercano di promuovere un’immagine pulita, sostenibile, attenta all’ambiente, in realtà sono realizzati con poliestere, fibre acriliche, nylon ed elastane, tutti contributori al rilascio di microplastiche nell’acqua, e quindi anche nell’organismo umano, oltre a implicare un maggior consumo di energia per la produzione. Anche al MIT di Boston si lavora per trovare vie d’uscita per contenere le emissioni della moda usa e getta. La risposta sta nella riscoperta del cotone, della lana o della canapa, tutte fibre che esistono da sempre in natura: una maglietta in tessuto acrilico produce il 20% di Co2 in più rispetto ad una in cotone. Le istituzioni internazionali stanno compiendo sforzi, in particolare la Un Alliance for Sustainable Fashion del’Onu e la Forests for Fashion Initiative, lavorano per rivedere e riorganizzare sia la catena produttiva (l’aspetto sociale è ancora un nervo scoperto nei paesi in via di sviluppo), sia la scelta delle materie prime. Entrambe le associazioni partono dal presupposto che oggi, grazie alla tecnologia, è possibile sostituire le fibre sintetiche con altre sostenibili, rinnovabili e biodegradabili, riducendo così ridurre il suo impatto. Dai più comuni cotone, lino e lanafino a juta, pelle e Lyocell, fino a canapa, ginestra, cupro (una cellulosa simile alla seta) e foglie di loto. Senza tralasciare le interessanti bioplastiche derivate da buccia d’arancia, alghe o denti di seppia. Altro aspetto importante la tintura dei capi: anche questo procedimento ha un concorso di colpa nell’inquinamento delle acque e scegliere procedimenti a base vegetale rappresenta il futuro. 

Per scegliere un capo bisognerebbe poi leggere attentamente l’etichetta, soprattutto le composizioni: più è alta la percentuale di fibra naturale e meglio è, e se sono fibre frutto di un recupero, la percentuale dovrebbe essere al 50%, senza dimenticare il luogo di produzione, qui si apre un altro capitolo difficile del sistema produttivo. Le condizioni disumane di lavoro sono un altro aspetto negativo a cui molto spesso non si fa caso.