di Gabriele Rizza

Mettiamo da parte per un attimo la crisi finanziaria del 2011, lo spread quasi a 6 punti, le riforme strutturali che non sono mai arrivate, l’aumento della tassazione e il taglio dei diritti sociali che ancora oggi pesano sulle tasche degli italiani. Mettiamo quindi da parte l’esperienza governativa del primo governo tecnico della storia d’Italia – ad onore del vero, il primo sarebbe il governo Lamberto Dini del 1994, ma era tutt’altra storia in quanto il peso della responsabilità dei partiti era di un altro spessore e l’influenza dell’Europa sulle cose italiane era ancora minima – e concentriamoci sull’eredità politica e le conseguenze del governo Mario Monti.
Le cause sono forse le più note al pubblico: il pericolo default e una spaccatura profonda tra Silvio Berlusconi e l’asse franco – tedesco di Merkel e Sarkozy. L’allora governo di centrodestra, nel 2011, era ai minimi storici quanto a stima sul piano internazionale e interna, si pensi al caso Ruby, alla separazione con Gianfranco Fini, e ancor di più alla fine di Gheddafi in Libia, proprio nel 2011, grande alleato di Silvio Berlusconi. Nell’autunno di quell’anno, Giorgio Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita, nemmeno un mese dopo il Professore prenderà il posto del Cavaliere a Palazzo Chigi. Prima di essere un Premier, Mario Monti è da subito lo scudo per la codardia di quasi tutti i partiti e gruppi parlamentari: nessuno ha il coraggio di prendersi la responsabilità di manovre economiche lacrime e sangue. Tutti saranno critici con Elsa Fornero ma tutti voteranno in aula la riforma delle pensioni. Non è solo l’inizio dell’epoca in cui il Parlamento smette di prendersi responsabilità, e quindi di spegnersi come motore politico del Paese, lasciando il posto all’Unione Europea, ma è anche l’inizio del ruolo decisivo della stampa mainstream nel far accettare dei tagli ai diritti come tagli agli sprechi, quelli della serie “se le partite iva non hanno tutele il fatto che ne abbiano troppe i dipendenti è un privilegio, quindi togliamo i privilegi anziché dare tutele simili alle partite iva”, di dare risalto alle notizie dei controlli della Guardia di Finanza a Cortina e di tacere i suicidi di quei piccoli imprenditori perseguitati da Equitalia per poche migliaia di euro, tutto mentre l’industria del gioco d’azzardo continuava a evadere il fisco.
Mario Monti ha anche dato via alla stagione del populismo, alla speranza riposta in quel piccolo partito che ha sorpreso il mondo intero nel 2013 prendendo il 25% dei voti, il Movimento 5 Stelle, ha inaugurato la stagione dei “giovani”: da Renzi a Di Maio, fino a Salvini. Speranze fino ad ora disattese, a vedere come gli italiani siano per pura rassegnazione felici di avere attualmente il migliore tra i tecnici al governo, Mario Draghi. Non per consenso ma per esasperazione.