di Gabriele Rizza

Sembra un’ovvietà, ma un tempo le guerre le combattevano i soldati. Prima del novecento non esisteva il fronte interno, non c’era la profonda connessione tra apparato militare, politico, economico e sociale. Non esisteva la leva obbligatoria, perlopiù c’erano i professionisti della guerra e poi il resto della popolazioneche continuava la sua vita di sempre. Certo, i passaggi degli eserciti lasciavano macerie nelle campagne e nei villaggi, ma una guerra combattuta nel ‘600 dalla Francia al confine con la Germania coinvolgeva poco gli abitanti francesi dei Pirenei o della Bretagna. Per buona parte dell’ottocento non è esistita la radio, figuriamoci i social media, mentre era accessibile ad una netta minoranza della popolazione l’accesso ai giornali e ai periodici. Insomma, la guerra fino ad un certo punto della storia non era di “massa”, lo iniziò a diventare all’alba della società moderna, dalle campagne di Napoleone in poi.
È dal novecento, con la definitiva consacrazione della società industriale e di massa, che le popolazioni iniziarono a vivere la quotidianità della guerra, non sempre con il sangue, ma con privazioni, lutti e duro lavoro: leva obbligatoria, produzioni di armamenti sempre più sofisticati, cibo nelle città razionato. Difficoltà impossibili da potrarre nel tempo se non con la percezione del pericolo e l’impressione di essere dalla parte del bene contro il male assoluto. La prima guerra mondiale ne è il primo esempio, un ibrido tra il vecchio e il nuovo mondo: da una parte giovani borghesi a manifestare a favore della guerra, dall’altra contadini e artigiani che nemmeno sapevano dove e contro chi andavano a combattere, gli stessi italiani non si conoscevano tra loro. Non è quindi un caso se proprio in quella guerra tra “sconosciuti”, e quindi tra simili, ci furono in trincea numerosi episodi di tregua, come la partita di Natale del 1914 tra inglesi e tedeschi, o gli scambi di cioccolata e sigarette. Cose che mai abbiamo sentito dire oggi tra ucraini e russi. Perché l’avvento della propaganda e dei mezzi di comunicazione diventò sempre più predominante. Da Faccetta Nera in Italia ai personaggi della Disney schierati per far aderire il popolo americano alla causa della seconda guerra mondiale (video facilmente reperibili sul web). Paura di un nemico crudele, convinzione di essere dalla parte del bene: queste sono le chiavi della propaganda ancora oggi largamente in uso per far accettare la guerra e i suoi disastrosi effetti, trasformando un interesse materiale di uno Stato nell’ideale di un popolo. Il risultato è l’odio tra soldati rivali e tra i popoli. Oggi siamo all’estremizzazione di questi strumenti, la propaganda è sempre più un’arma di guerra, prova ne è l’accerchiamento culturale della Russia o, al tempo stesso, la propaganda governativa russa. L’informazione si trasforma in formazione, la censura diventa terapeutica, come nel caso di Marc Innaro, corrispondente a Mosca dalla RAI, oggetto di un’interrogazione parlamentare voluta dal PD per aver detto “guardando la cartina geografica è stata la NATO ad avanzare”, o del professor Alessandro Orsini, ammonito dalla sua stessa Università, la LUISS, per aver dato parte della responsabilità agli USA per questa guerra durante la sua analisi geopolitica a LA7. O ancora, la lista dei filo – putiniani stilata da Repubblica.
Il fine di bandire i russi dalla vita sportiva e culturale della comunità internazionale e di mettere a tacere ogni voce anche solo riflessiva ha un duplice fine, uno esterno e l’altro interno: si punta a scaturire tra i russi un senso di colpa e di frustrazione psicologica così da indebolire Putin sul fronte interno, mentre i popoli dalla parte dell’aggredita Ucraina saranno ancora più disposti a subire l’aggravamento dei costi energetici e del grano, oltre ad accettare l’invio di armi sul fronte. La propaganda mette alla fobia gli abiti belli, mentre soffia sull’odio, arma di distruzione e distrazione di massa.