di Angelo Portale

[segue]

Nell’articolo di martedì scorso abbiamo sondato in linea generale quale dramma onto-umano-teandrico ha generato il peccato originale. Si era visto, anche, come il peccato oltre ad essere colpa è anche pena, in quanto coinvolge l’uomo in un processo di sempre maggiore peccaminosità che genera dolore innanzitutto a se stesso.
Anche la sofferenza contiene tale duplice aspetto: se da un lato è pena della colpa, dall’altro essa si presenta come unico possibile affrancamento. È solo il dolore l’unica energia nascosta più forte del male, forte a tal punto da essere in grado di ribaltarlo in bene. In tal modo la sofferenza diventa espiazione e costituisce il nesso tra il male e il dolore, unico legame tra i due opposti in grado di convertire l’antagonista negativo e di tirarlo a sé. Se la potenza del peccato è distruttiva, quella del dolore è costruttiva, redentiva e maggiore: «Solo il dolore è più forte del male: l’unica speranza di debellare il male è affidata al dolore, che per travagliosa e dilaniante che sia la sua opera è l’energia nascosta del mondo, la sola capace di fronteggiare ogni tendenza distruttiva e di vincere gli effetti letali del male».
È nell’espiazione che si realizza quel misterioso connubio tra Dio e l’uomo in grado di mutare radicalmente la condizione dell’uomo e dell’intera creazione. La sofferenza non può essere vista come punizione, perché considerata solo sotto questo aspetto essa sarebbe un rafforzamento della negatività. Il dolore contemplato solo come punizione subita, per uguagliare una giustizia distrutta, moltiplicherebbe il male. Esso invece sarà vittorioso sul male solo se visto e vissuto come espiazione, come dolore accettato e voluto: come espiazione personale e come espiazione per gli altri, che rasserena e affranca la coscienza del peccatore convertito, dilaniata e ossessionata dal desiderio di riscatto.
Dalla  prossima settimana percorreremo per un po’ la questione del dolore degli innocenti e l’idea del Dio sofferente in Dostoevskij.

[continua]