di Martina Grandori

La guerra in Ucraina sta avendo ripercussioni importanti non solo in borsa ma anche sui prezzi delle materie prime che interessano l’agricoltura e il settore primario. Più penalizzati da questa guerra la produzione di concime, il grano, il latte e i vivaisti della zona di Prato vedono congelati tutti gli ordini destinati alla Russia.

Andiamo per gradi analizzando per punti quella che sta diventando una spaventosa crisi agroalimentare italiana ma anche europea. 

Il concime di origine animale è aumentato del 170%, causa aumenti del gas ma anche perchè Putin che ha deciso di imporre il divieto all’esportazione di nitrato di ammonio, prodotto fondamentale per la concimazione del grano, sapendo che la produzione straniera sarebbe andata automaticamente in deficit. Dai 350 euro a tonnellata dell’anno scorso, ai 750-800 euro a quelli attuali, così il 30% delle aziende agricole italiane è costretta a ridurre sensibilmente la produzione per l’insostenibilità dei costi secondo una recentissima l’indagine Coldiretti/Ixe’. L’aumento dei fertilizzanti è iniziato con l’aumento del costo del gas, il metano è la materia prima indispensabile per produrli; la conseguenza saranno raccolti meno ricchi qualitativamente e quantitativamente. Oggi l’Italia importa il 64% del grano tenero per la panificazione ed il 44% di quello duro per la pasta, a causa della mancanza di cereali provenienti dall’area del conflitto, unita alla crisi produttiva di Brasile e Argentina, anche il costo del mangime per la nutrizione zootecnica andrà oltre l’attuale +30%.

Venendo a mancare il nitrato di ammonio proprio nella fase decisiva per la crescita delle spighe, diminuirà inevitabilmente la produttività con il taglio dei raccolti. In una settimana il grano tenero  è aumentato del 13%, incidendo del il costo del tenero incide per il 10% sul prezzo del pane, che risente anche dei rincari di energia, carburante, imballaggi, e trasporti; il grano duro al momento non registra rialzi, mentre il mais sale del 29% (l’Ucraina rappresenta il secondo fornitore di mais del nostro Paese). A comunicarlo è Cai – Consorzi Agrari d’Italia, che ha elaborato un primo report in base ai dati del Matif di Parigi, borsa merci di riferimento internazionale insieme a Chicago. Siamo solo all’inizio di questa escalation dei prezzi, strettamente dipendenti dalle importazioni dalla Russia e dall’Ucraina. La raffica di aumenti coinvolge ovviamente anche il latte, gli allevatori non riescono a rientrare dei costi con i 41 centesimi al litro, i caseifici sono stritolati sia dal costo del latte, sia dal costo dell’energia. Persino il ricco mondo dei prodotti vinicoli soffre. Secondo Unione italiana vini, lo scenario “è già difficile in queste ore, con lunghe code di camion alla frontiera lettone-russa, oltre a merci non ritirate in dogana”, a ciò si aggiungono le sanzioni imposte a Mosca, grande riferimento per l’export del vino Made in Italy: è di circa 1 miliardo di euro il valore delle esportazioni di vino, pasta e spumante, e di 350 milioni di euro il valore dell’export in Ucraina. Senza dimenticare quel 1,5 miliardi di euro che costò all’Italia l’embargo del 2014 voluto da Putin in risposta alle sanzioni per aver annesso la Crimea.