di Susanna Russo

“Siamo preoccupati del fatto che gli occupanti siano più numerosi di noi, che abbiano più equipaggiamento militare, ma non abbiamo scelta: si sta definendo il destino della nostra terra e del nostro popolo. Noi sappiamo per cosa stiamo combattendo, e faremo di tutto per vincere.” Queste sono le parole che Zelensky ha trascritto sotto il suo ultimo video postato su Instagram. Questa è una guerra combattuta su Instagram, e su tutti gli altri social, quelli che di solito utilizziamo per ricostruire un’immagine sfalsata di noi stessi da regalare ai nostri followers. Quelli che, in questa fase storica, vengono utilizzati per restituire una versione distorta della realtà. L’analista Marco Di Liddo, del Centro di Studi Internazionale, rilascia una breve intervista a La Repubblica nella quale dichiara: “più contenuti saturano lo spazio social, più la nebbia si fa densa. Le informazioni sono tantissime, ma gli strumenti per decifrarle non sono abbastanza. È su questa superficialità che si basa il sistema della propaganda. La partita non è sulla testa e sul cuore di poche persone, ma su quella di migliaia di utenti non specialisti.” Di Liddo spiega in quali modi ci si può aiutare per comprendere se foto, video e notizie possano essere attendibili; tra questi metodi vi è quello di risalire alla versione originale della foto che stiamo osservando, o verificare la geolocalizzazione delle testimonianze multimediali. Ascoltando le sue parole, viene abbastanza spontaneo ipotizzare che quasi nessuno di tutti coloro che si imbattono in un video postato sulla home di Facebook, o in un reel condiviso su Instagram, si prendano del tempo per chiedersi quanto di fondato si racchiuda in quel contenuto, il pollice è già pronto per premere sul tasto “condividi”, il resto delle dita per digitare su tastiera un immancabile commento di accompagnamento.
Immagini e video provenienti da Bucha hanno scatenato moti di rabbia ed angoscia in tutti noi, che seguiamo il conflitto comodamente seduti sui nostri divani, e diamo un contributo prezioso attraverso la condivisione costante di informazioni che, il più delle volte, non ci interessa nemmeno approfondire ed analizzare.
Il massacro di Bucha è diventato un emblema perché è alla base della guerra di propaganda. Zelensky punta tutto su certe immagini per mettere all’angolo Putin, Lavrov se ne vorrebbe servire per dimostrare la falsità degli avversari. Senza mettere in discussione la veridicità degli agghiaccianti contenuti che hanno fatto il giro del mondo, quindi al di là di questo particolare evento, dobbiamo imporci almeno qualche minuto per riflettere sul fatto che questa sia la prima guerra trasmessa, raccontata, e mistificata attraverso i canali social. La guerra si combatte da sempre attraverso la propaganda, ma, mai come questa volta, vendere, anzi regalare, la propria versione dei fatti è così semplice ed immediato.
La propaganda è indispensabile per l’Ucraina perché, in carenza di uomini e armi, certe testimonianze diventano l’ordigno più potente e pericoloso contro il nemico. Ogni prova del fatto che Putin sia “un macellaio”, è un modo per garantirsi uno sdegno sempre più profondo, prese di posizioni sempre più nette e severe e sanzioni sempre più amare da parte dell’Occidente, fino ad arrivare, forse un giorno chissà, al punto di non ritorno, la famigerata no-fly zone. La propaganda è indispensabile per la Russia per rimanere internamente compatta e coesa. I sondaggi mostrano come, mai come in questo momento, il popolo russo si fidi ed affidi a Putin, la propaganda russa, per cui, tra le altre cose, non si parla di invasione ma di “operazione militare speciale” funziona. È per questo motivo che, per una questione di onestà intellettuale, non dobbiamo scordarci che esiste anche una propaganda occidentale. Condanniamo platealmente il nostro nemico, ma che sia una condanna consapevole.