di Elisa Ielpo

Oggi, 25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, e l’Italia si appresta a viverla con un bilancio spaventoso: più di cento donne uccise da inizio anno.
Elisa Mulas, Simonetta Fontana, Juana Cecilia Hazana Loayaza: questi sono solo alcuni dei nomi delle donne scomparse negli ultimi giorni per mano di uomini. Sì, uomini. Perché la maggior parte dei femminicidi ha una costante comune: l’aggressore è un uomo, spesso un compagno violento, un ex che non accetta la fine della storia, uno stalker, uno stupratore, comunque un uomo. Bisogna inoltre constatare che, quasi sempre, la vittima aveva deciso di denunciare, ma non era stata ascoltata, creduta, sufficientemente protetta. L’aggressore, infatti, il più delle volte dà delle avvisaglie, minaccia, intimidisce, picchia, vessa, preannuncia quel delitto disumano.
E se il femminicidio ci lascia sgomenti, quali parole possiamo trovare per commentare quei padri che riversano la loro sete di vendetta anche sui figli? Elisa Mulas era una madre, ed è stata uccisa dall’ex compagno insieme ai suoi bambini, Sami e Ismaele, di 5 e 2 anni. Anche Marjola Rapaj è una mamma che oggi è sotto shock perché ha subito una violenza atroce: il suo piccolo Matias Tomkow, di 10 anni, oggi non c’è più, ucciso lo scorso 16 novembre dal padre che aveva il divieto di avvicinarsi alla moglie e al figlio.
L’inefficienza di un sistema che non tutela adeguatamente le donne che subiscono violenza spinge spesso le vittime a scoraggiarsi, a chiudersi in sé stesse e ad avere paura di denunciare. È necessario che le istituzioni prendano atto di un problema che diventa sempre più preoccupante e muoversi nella giusta direzione. Si può e si deve fare di più: sensibilizzare sul tema, rassicurare le donne, spingerle ad affermarsi e ad opporsi, garantendo loro protezione e sostegno. Un grande lavoro viene svolto dalle associazioni presenti sul territorio nazionale, che offrono assistenza gratuita alle donne in difficoltà, ma questo non basta. C’è bisogno di misure più stringenti e di condanne esemplari. Nel 2013 si è compiuto un primo passo: è stato emanato dal Parlamento un provvedimento legislativo volto a combattere la violenza sulle donne; nel 2019 è stato approvato il cosiddetto “Codice Rosso” (Legge 19 luglio 2019 n.69) a tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, che introduce anche una corsia veloce e preferenziale per i casi di soprusi contro donne e minori. L’obiettivo è prevenire il femminicidio, sebbene non siano previste condanne differenti in caso di uccisione di una donna.
Sulla pagina facebook di Telefono Rosa– associazione di volontarie attive dal 1988 a sostegno delle donne vittime di maltrattamenti – si legge: “Agire significa prevenire queste tragedie, ma ancora una volta abbiamo fallito come società. Non abbiamo parole, solo dolore” e ancora: “rendiamoci conto della gravità di questi gesti e della catastrofe che si è abbattuta su queste famiglie […]chi pagherà per tutto questo?”. L’interrogativo rimbomba, oggi più che mai, nel silenzio in cui ci getta il dolore di queste stragi che, forse, si potevano evitare.