di Gabriele Rizza

Il virus con in testa la variante omicron corre, e corre veloce. Ogni italiano ha almeno un conoscente risultato positivo dopo aver fatto una di quelle lunghissime code in farmacia per godersi con più serenità le feste. Il picco, pare, non è stato ancora raggiunto. A fronte dei numeri di tamponi effettuati, il tasso di positività mediamente è sempre più alto. Più positivi significa anche più quarantene preventive per i contatti stretti o quasi, perché poi il panico diffuso dai media porta a volte i cittadini ad allarmarsi senza una vera e propria razionalità. Come spiegato da alcuni virologi, come Matteo Bassetti e Zangrillo, o politici, come il Presidente della Liguria Giovanni Toti, a lungo andare il sistema delle quarantene rischia di paralizzare il Paese, portandolo ad una sorta di auto – lockdown. Spiega La Fondazione Gimbe: “Ogni positivo può aver avuto, di media, dai 5 ai 10 contatti. Se dovessimo avere un milione di positivi vuol dire che potrebbero esserci dai 5 ai 10 milioni di contatti da mandare in quarantena e questo non è possibile. Chi ha fatto il vaccino con la terza dose è più difficile si contagi e quindi bisognerebbe rivedere le regole per questa categoria”. Infatti, il governo sembra andare nella direzione di un isolamento ridotto a tre giorni per chi ha la terza dose, pur essendoci molte voci contrarie.
Il punto, oltre ad un Paese in paralisi, è che la quarantena, così come i giorni passati in attesa di negativizzarsi, è di fatto una disparità sociale senza precedenti. Ad alcuni può pesare di meno, ad altri di più. Isolarsi per dieci – quindici giorni è un conto per un dipendente pubblico, che gode di maggiori tutele e dello smartworking, un altro per chi ha un’attività come una pasticceria o è un idraulico. Il covid crea una disparità allarmante tra categorie sociali, lavoratori dipendenti e autonomi. Si perde metà mese di lavoro, ossia la possibilità di sostentarsi e affrontare le spese quotidiane. Non che i lavoratori dipendenti siano sempre tutelati, ma almeno il covid è considerato malattia, per gli autonomi nessun sostegno. E poiché è lo Stato ad obbligare il cittadino a stare a casa in isolamento preventivo o finché non si certifichi tramite tampone molecolare che si è guariti dal covid, sarebbe giusto garantire una forma di tutela sociale, almeno a chi è vaccinato con almeno entrambe le dosi.
La disparità è anche nel reddito: in molte città il tampone molecolare gratuito della sanità pubblica è stato effettuato circa cinque giorni dopo essere risultati positivi all’antigenico, ciò comporta un allungamento dei tempi perché il successivo tampone non viene fatto prima di altri dieci giorni. Si rischia così di passare venti giorni a casa per via della scarsa efficacia della macchina pubblica. E questo, oltre a pesare di più se si è un lavoratore autonomo, pesa ancor di più se si ha un reddito basso: un molecolare costa circa 70 euro, c’è chi non si può permettere di pagarselo da sé, trovandosi vittima della burocrazia. Chi può pagare queste cifre ha la possibilità di far risultare la propria guarigione molto prima. Si potrebbe almeno garantire un certo numero di tamponi molecolari a basso costo per chi è risultato positivo.