di Gabriele Rizza

Tiene banco la proposta lanciata dal deputato Giuseppe Brescia del Movimento Cinque Stelle, lo Ius Scholae, nuovo capitolo della saga sull’ottenimento della cittadinanza italiana dopo lo Ius soli e il mini Ius soli di Matteo Renzi del 2017. Questa volta, l’idea è di legare la concessione della cittadinanza ai minorenni stranieri residenti in Italia al completamento di un percorso di studi. Secondo la nuova proposta potrebbero richiedere la cittadinanza i bambini e le bambine che, nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni, frequentino per almeno 5 anni le scuole del nostro paese. Dovesse andare in porto così come è stata presentata, su 8 milioni di ragazzi che frequentano le nostre scuole, sono 800mila gli stranieri che diventerebbero cittadini, ben il 10% della popolazione studentesca.
La levata di scudi della Lega si è alzata, la mano tesa del Partito Democratico al “socio” Cinque Stelle si è tesa, Forza Italia si mostra possibilista. Lo schieramento è semplice e desumibile dalle dichiarazioni delle parti in causa: da una parte la cultura liberal di sinistra spinge per far bastare la nascita in Italia come requisito per la cittadinanza, in nome di una concezione anti – nazionalista, progressista, legata all’emancipazione civile e dei desideri dei singoli, e anche in nome di un calcolo elettorale, credendo di far man bassa di voti tra i futuri neo-italiani. Dall’altra la visione di destra classica, da sempre avversa al pericolo dell’identità musulmana in difesa di quella occidentale, specie per tradizioni e simboli cristiani e per la tutela della donna.
Tutti e due gli schieramenti credono di essere nel giusto e di proporre la soluzione migliore per l’integrazione degli immigrati nel tessuto sociale e civile italiano. Il problema è che sono entrambe posizioni prettamente ideologiche, e si sa, il più delle volte in Italia l’ideologia è solo propaganda, utile a spostare gli umori liberal o conservatori degli italiani. Nessuno parla di integrazione reale, che non è mera assimilazione di valori, ma rispetto  delle leggi (e della loro ratio) che regolano la vita in Italia, perché a nessun cittadino italiano viene chiesto di avere certi valori. Partiamo proprio dallo Ius Scholae, il bambino tunisino o indiano studia cinque anni in una scuola di Roma e diventa italiano, ma in che condizioni studia? Classi pollaio con trenta studenti, insegnanti precari che cambiano ogni anno, strutture fatiscenti e mal collegate con le periferie (dove il più delle volte gli stranieri risiedono), non si tratta solo di entrare nella cultura formativa italiana, ma ancor prima di inserirsi socialmente nel  primo baluardo della formazione dei futuri uomini e donne del nostro paese. Poi il bambino tunisino o indiano rientra a casa, i genitori che lavorano in un ristorante o in un cantiere sottopagati per più di 8 ore, perché l’immigrazione è anche sfruttamento della manodopera a basso costo; fa un giro nel quartiere di periferia senza servizi, verde, campetti, senza collegamenti. Magari alla sua famiglia hanno dato la casa popolare come è giusto che sia, magari però l’inefficienza dello Stato non l’ha data anche alla famiglia italiana che aveva lo stesso diritto, beccandosi così anche occhiatacce, o semplicemente incontra lo stesso degrado che vive a casa sua. Il bambino tunisino diventerà italiano, ma la cittadinanza assicura tutto fuorché  l’integrazione, e la giornata prima descritta e replicata per cinque anni non ha nulla di integrativo. Guardiamo Parigi e i fallimenti dei suoi sobborghi in nome della Francia terra d’asilo che, fregandosene dell’integrazione, ha cresciuto in casa radicalisti islamici. Non si tratta nemmeno di conoscere i personaggi del Presepe o di avere in classe gli occhi puntati con rispetto sul crocefisso o di conoscere i Santi, si tratta di garantire dei servizi e un percorso, quello che al pari manca agli autoctoni. E oltre all’integrazione, c’è la scelta dell’integrato: lasciamogli decidere a 18 anni se diventare cittadini italiani o no, da minorenni hanno già gli stessi diritti, l’unica differenza è che non hanno genitori italiani ma stranieri. Garantiamo per la loro maggiore età un iter a costo zero, più semplice e snello di quello attuale.