Martina Grandori

Non c’è giorno in cui non si parli di lotta alla plastica, less plastic more life, di plastic free anche e moltissimo nel comparto delle acque in bottiglia. Poco prima della pandemia, nelle scuole italiane si sono distribuite borracce per sensibilizzare i bambini e i ragazzi alla buona pratica del refill, del ri-riempire una bottiglia con l’acqua, contribuendo così a limitare lo spreco di pvc,  diventando così testimoni in prima persona di un cambiamento contro le cattive abitudini. Ma adesso sembra tutto cambiato, si torna a promuovere il concetto di bere da contenitori monouso. Molto comincia dopo la discussa iniziativa di Beppe Sala e della sua “Acqua del sindaco” in cui si promuove sì il consumo di acqua del rubinetto, giustissimo, ma imbottigliata in brick di cartone il cui ciclo di vita rientra nella categoria usa e getta. Se la lotta a ridurre il consumo di bottiglie in plastica, abbassare le emissioni di Co2, di abbattere i volumi mastodontici delle raccolte differenziate da parte dei Comuni, è altresì vero che la risposta più costruttiva non è purtroppo il tetrapak. 

Facciamo un passo indietro, a ottobre 2021 quando a Ecomondo, la fiera di riferimento in Europa per la transizione ecologica e l’economia circolare e rigenerativa, a far parlare e discutere è l’azienda Acqua in Birck, leader nella produzione di acque personalizzate da consumo “on the go”, definite la “risposta ecologica al cambiamento” come si legge nel claim della campagna pubblicitaria. Purtroppo non è così vero, il contenitore di cartone è sì composto da circa il 70% di materia vegetale (72% per il volume 330ml, 76% per quello da 500ml) ma vi sono abbinate componenti in plastica che rendono lo smaltimento non del tutto facile e garantito. Di fatto non si tratta di vero cartone, che a contatto con l’acqua diventerebbe cartapesta, ma di un mix di carta, alluminio e plastica, lo smaltimento varia da Comune a Comune: il 28% dei Comuni italiani non prevede neppure modalità di riciclaggio e quindi i brick finiscono tristemente nell’indifferenziata. Altro problema il tappo ed il beccuccio: chi è così diligente da rimuoverli e gettarli nel contenitore della plastica? E anche nel caso in cui le componenti in plastica siano di origine vegetale, per la loro produzione si emettono gas nocivi all’ambiente. Il tetrapak si ricicla male, per questo paga un’addizionale CAC di 20 euro/a tonnellata a Comeico, e poi ci sono solo quattro cartiere in Italia in grado di recuperarne la carta, una sfida per tutto il resto delle cartiere convenzionali che ancora non hanno gli impianti adatti. Dal suo Rapporto di sostenibilità 2020 Tetra Pak dichiara che solo il 27% dei 183 miliardi di pezzi immessi al consumo a livello mondiale nel 2020 è stato riciclato. Forse leggendo questi dati è bene che si ritorni alla cara e vecchia caraffa di acqua del rubinetto a casa, a scuola e nei ristoranti.