di Alessandro Giugni

Nei due precedenti appuntamenti di questa rubrica abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta della fotografia di uno dei più grandi Maestri di questo medium, Elliott Erwitt. Abbiamo, dapprima, focalizzato la nostra attenzione sulla mostra “The Family Man”, la quale permise all’allora ventisettenne fotografo di mettersi in mostra, in particolar modo grazie allo scatto con il quale egli seppe cogliere con disarmante abilità la dolcezza della sua prima moglie intenta a osservare ogni singolo movimento della loro primogenita(clicca qui per leggere il primo episodio). Ci siamo, poi, focalizzati su alcuni tratti distintivi della lirica fotografica di Erwitt, quali, nello specifico, l’assidua ricerca dello straordinario nell’ordinarietà della vita di tutti i giorni e l’ironia che, permeando i suoi racconti, ha permesso alle sue immagini di essere apprezzate da molteplici generazioni di osservatori, come nel caso degli indimenticabili ritratti di Marilyn Monroe (clicca qui per leggere il secondo episodio).
Una delle caratteristiche più significative che contraddistingue tutta la produzione fotografica di Elliott è la sua capacità di osservare la realtà che lo circonda da un punto di vista totalmente fuori dall’ordinario. D’altronde egli, fin dalla tenera età, era entrato in contatto con una moltitudine di culture come ben pochi altri hanno potuto fare. Nato a Parigi nel 1928, cresciuto a Milano e, poi, fuggito negli Stati Uniti nel 1939 a seguito delle politiche persecutorie poste in essere dall’allora governo fascista nei confronti degli ebrei, egli, dagli 11 ai 16 anni, visse tra New York e Los Angeles. Questa continua variazione dei luoghi e delle condizioni di vita mise Erwitt nella posizione di comprendere tanto la traumaticità del vivere come perseguitati quanto, una volta arrivato negli USA, le reali condizioni della classe operaia.
Grazie alla predetta densità di esperienze di vita maturate negli anni della gioventù, a Elliott Erwitt fu quasi da subito possibile comprendere una delle più peculiari sfaccettature degli esseri umani: essi sono entità esteriormente simili tra loro, ma intrinsecamente e unicamente estremamente differenti gli uni dagli altri. Questa consapevolezza lo portò a rivolgere lo sguardo anche a uno dei principali comprimari della vita di quasi ogni essere umano: gli animali, in particolare, i cani. Essi non solo sono in grado di generare una forte empatia nella psiche umana, ma sono, altresì, protagonisti di situazioni di vita vissuta spesso simili a quelle che vivono i loro padroni, divenendo di essi una naturale estensione emotiva ed espressiva. Proprio per questa ragione, i cani divengono uno dei principali soggetti della fotografia di Elliott.
A riprova di quanto poc’anzi esposto, citiamo, a titolo di esempio, alcune delle più note fotografie di Erwittrelativamente ai simpatici quadrupedi: vi sono quelli che, accanto al loro padrone, osservano il moto delle onde seduti sulla spiaggia di Amngansett, nello stato di New York (clicca qui per vederla); connotata da un sorprendente tasso di ironicità è la fotografia del volpino il pelo del quale richiama evidentemente l’acconciatura della padrona (clicca qui per vederla); o, ancora, vi è la fotografia di due bulldog seduti sui gradini di una lavanderia, un’immagine dove uno di essi, essendo seduto sulle gambe del padrone e coincidendo per la posizione con il volto dello stesso, finisce per assumere fattezze quasi umane (clicca qui per vederla).
Grazie al candore della loro natura e alle espressioni spesso buffe e sorprese, quasi divertite, i cani finiscono per divenire ironicamente estensioni fisiche dei loro padroni, spesso e volentieri finendo anche per assomigliare loro nell’aspetto. Ciò che emerge con prepotente forza dalle fotografie di Elliott è la costante felicità di essere vivi propria di questi animali. I “Cani di Erwitt” finiscono, così, per lanciarci un importante messaggio: indipendentemente dalla condizione nella quale viviamo, non dobbiamo mai smettere di sorridere.