di Alan Patarga

La prova provata della follia energetica italiana si ha facendo un giro fino a Livigno. Fare il pieno, oggi, nel porto franco dell’Alta Valtellina dà l’esatta fotografia dell’oppressione fiscale italiana: la benzina verde si paga 1,36 euro al litro, il gasolio 1,25. Nel resto della Penisola, anche a causa di accise (tasse) e Iva sui carburanti che a Livigno non si applicano, i prezzi oscillano invece tra i 2 euro e i 2,50, rigorosamente in modalità self (la più economica) e molti osservatori cominciano a scommettere sull’eventualità di carburanti a 3 euro nel giro di qualche settimana.
Il colpo di grazia potrebbe arrivare, da lunedì prossimo, con lo sciopero a oltranza annunciato dagli autotrasportatori, che oltre a rischiare di non farci trovare alcune merci  sugli scaffali dei supermercati potrebbe lasciare a secco molte stazioni di servizio, rendendo più cara dell’oro benzina e diesel dove reperibili.

QUEL MALEDETTO 9 NOVEMBRE

Le ragioni dei rincari hanno a che fare con l’invasione russa dell’Ucraina, certamente, sebbene la crescita delle quotazioni del greggio sui mercati internazionali fosse partita molto prima. Siamo passati in pochi mesi da 40 ai 110 dollari al barile di venerdì sera, con picchi non lontani dai 140 toccati nei giorni scorsi. Rincara il petrolio, di riflesso sale il prezzo della benzina e questo porta inevitabilmente a rendere tutto più costoso. Il trend era prevedibile, e in un certo senso inevitabile, perché la forte ripresa economica del dopo pandemia presupponeva un maggior consumo di idrocarburi a livello globale, insomma finalmente più persone e più merci in movimento. E l’inflazione che ne sarebbe conseguita, con le banche centrali pronte nel caso a mitigarla alzando il costo del denaro (cioè i tassi d’interesse su mutui e prestiti), un prezzo da pagare volentieri per uscire dalla depressione – economica e non solo – da lockdown. La guerra nell’ex Unione Sovietica ha però aggravato la situazione, scompaginando i piani per la crescita, che ora rischia grosso un po’ dappertutto, ma in Italia di più.
La benzina a 2 euro e mezzo è infatti il prezzo che siamo chiamati a pagare – tutto insieme e senza sconti – per 35 anni di errori grossolani cominciati esattamente il 9 novembre 1987, quando gli italiani decisero a larghissima maggioranza e sull’onda di una campagna tutta emozioni e poca razionalità che il nostro Paese avrebbe potuto benissimo fare a meno dell’energia nucleare. Ai tanti cantori del profeta Pannella bisognerebbe ricordare che quella iniziativa referendaria fu promossa proprio dal Partito radicale, seguito subito dai socialisti di Craxi e poi via via da quasi tutti i partiti, perfino dalla Dc di governo, timorosa di restare sconfitta come già era accaduto quando – coraggiosamente sola – aveva tentato di resistere all’ondata laicista pro divorzio e pro aborto un po’ di anni prima. Una terza sonora sconfessione, il partito allora guidato da Ciriaco De Mita, non poteva permetterselo. E così, a difendere le ragioni dell’atomo non restò praticamente nessuno, anche perché chi invocava la chiusura delle centrali nucleari aveva gioco facile a ricordare quanto accaduto appena un anno prima a Chernobyl, in Ucraina (allora parte dell’Urss).
Accadde dunque che la terra che aveva dato in natali al padre della fisica nucleare, Enrico Fermi, disse addio a una forma d’energia pulita e potenzialmente infinita iniziando un percorso di autolesionismo mai interrotto finora. E non soltanto perché le centrali che già c’erano (prima fra tutte quella piacentina di Caorso, a lungo una delle più all’avanguardia d’Europa) continuarono poi per anni a funzionare, giacché la dimissione di un impianto del genere richiede anni e non si può ottenere abbassando un interruttore. Ma anche perché da allora il vento di un ambientalismo completamente privo del senso di realtà, nonché della capacità di apprezzare i progressi della tecnologia, ha portato negli anni a far spuntare come funghi associazioni, comitati, collettivi anti-tutto. Contro le discariche (comprensibile, entro certo limiti) ma al tempo stesso contro gli inceneritori, rendendo complicato (eufemismo) lo smaltimento dei rifiuti. Contro i gasdotti (do you remember No Tap, Mr. Emiliano?) e contemporaneamente contro i rigassificatori per far tornare allo stato gassoso il metano importato con le navi e senza stendere tubi nei pressi delle spiagge. Contro, perfino, i parchi eolici e quelli solari, per non parlare delle dighe per l’idroelettrico, mentre a parole si chiedevano “più rinnovabili” (e come, di grazia?). Insomma, un no generalizzato, una politica tutta “Nimby” (acronimo che sta per “not in my backyard”, non nel mio giardino) che non poteva che condurci al disastro attuale. Partita dal basso, accettata dalla classe dirigente per connivenza e/o incapacità.

LE CIFRE DELLA DEBACLE

Sono impietose le cifre di questa débacle. Dipendiamo per il 43% dal gas russo, che ora per motivi geopolitici rischiamo di perdere e che non sappiamo come sostituire. Perché i gasdotti alternativi li abbiamo fatti tardi (Tap) o non sono stati affatto realizzati (Galsi, dall’Algeria), i rigassificatori nemmeno a parlarne (sono pochissimi e questo ci impedirà di sfruttare eventuali forniture aggiuntive da altri Paesi, come Stati Uniti e Qatar), le centrali a carbone ci sono ma si contano sulle dita di due manie solo a fronte di un’emergenza la politica si sta convincendo ad avallarne la riattivazione. A fronte di questo massacro energetico, c’è la storia di un Paese confinante al nostro – la Francia – che invece non farà fatica a rimpiazzare il gas naturale proveniente dalla Russia. Perché nel mix energetico di Parigi, quel metano pesa appena per il 16%, grazie alla forte componente nucleare nella produzione nazionale.

VIA LE ACCISE, SUBITO

E così, per sanare un rimbambimento nazionale che si perpetua da Marco Pannella a Greta Thunberg senza soluzione di continuità da oltre tre decenni, non ci sarà altra strada che quella fiscale. Perché il ritorno dell’atomo non è in agenda, e anche se ci entrasse richiederebbe troppo tempo. Lo stesso vale per i gasdotti, i rigassificatori, le trivelle per produrre gas e petrolio italiani (ne avremmo in abbondanza e da qualche anno non ne estraiamo praticamente più), e perfino per quell’acciaio che comincia a scarseggiare nelle forniture per la nostra industria, pesante e no: mentre fatichiamo a reperirne sui mercati internazionali, a Taranto migliaia di lavoratori dell’ex Ilva – il più grande impianto siderurgico d’Europa! – sono tuttora in cassa integrazione. Non resta, per rimediare (“Fate presto! titolavano i giornali che contano quando bisognava far saltare il governo Berlusconi, oggi tutti tacciono o minimizzano) che ricorrere al fisco, cioè abolirlo, per quanto riguarda i carburanti. E’ l’unica mossa attuabile rapidamente, sebbene dolorosa per la tenuta dei conti pubblici italiani. Produrre benzina costa 87 centesimi al litro, fanno sapere le compagnie di settore. Aggiungendo gli inevitabili e giusti ricarichi, tra costi vivi e legittimi profitti, si salirebbe ai prezzi di Livigno. Mettiamoci pure l’Iva per non lasciare proprio a secco le casse dello Stato, diciamo a spanne 1,50 euro al litro. Quasi un euro meno di quel che dobbiamo pagare oggi a causa di tante sciagure globali, ma soprattutto per una sventura tutta italiana: quella delle tasse stratificate, di accise che affondano le radici in quella che finanziò la guerra d’Etiopia nel ’36 (poi decaduta) e altre che invece sono ancora nel conto che paghiamo alla pompa, dal disastro del Vajont (1963) al terremoto del Belìce (1968). Una barzelletta che non fa ridere. Una vergogna che non possiamo davvero più permetterci.