di Alan Patarga

Più che Zar di tutte le Russie, un Principe di Salina qualunque. Vladimir Putin, che a parole promette di chiudere i rubinetti del gas all’Europa, a meno che i Paesi dell’Unione non accettino le sue condizioni di vendita, sta abilmente giocando con gli strumenti della propaganda a uso interno, e con i nervi dei suoi interlocutori. Ma a ben vedere, la sua è una minaccia a salve.
Con il decreto firmato giovedì scorso, il capo del Cremlino ha sancito che una serie di “Paesi ostili”, incluso il nostro, già dal 1° aprile siano tenuti a pagare in rubli le forniture di gas naturale di provenienza russa. Un diktat molto utile per dire, sui media locali, che l’Occidente – quello stesso Occidente che impone sanzioni, tifa Ucraina, invia armi a Zelensky e sotto sotto fa il tifo per una congiura di palazzo a Mosca – è in realtà costretto a venire a patti col nemico per meri interessi di bottega. Il che non è del tutto falso: senza gas russo non riusciremmo realisticamente a cavarcela, sul fronte energetico, tant’è che i veti dell’ambientalismo uno ad uno stanno cadendo in molti Paesi, anche in tema di nucleare e carbone. Il rischio è non avere fonti per mettere in moto la macchina Europa: case, fabbriche, perfino ospedali. Le alternative, che pure ci sarebbero, sono più costose o comunque richiedono tempi incompatibili con uno stop immediato alle forniture.

UNA DETERRENZA AL CONTRARIO

C’è però un rovescio della medaglia, che i dettagli del decreto di Putin anziché smentire, confermano in pieno. E cioè che senza i miliardi che copiosi versiamo tutti per quelle forniture, la Russia sarebbe in breve tempo – si perdoni la battuta – alla canna del gas. Perché le sanzioni fanno sicuramente male all’economia di Mosca (ma hanno effetti negativi anche su quella dell’Ue, come riconosciuto un paio di giorni fa dalla Bce), ma sono niente rispetto alla prospettiva di una chiusura dei rubinetti finanziari che dall’Europa fanno affluire a est euro e dollari con cui finora si sono pagati gli approvvigionamenti di metano. A ben guardare, una sorta di deterrenza al contrario: perché quella nucleare si regge sulla reciproca potenza distruttiva degli arsenali, mentre questa ha come assunto la debolezza di entrambi i contendenti, il loro non poter fare a meno uno dell’altro.

I RUBLI DEL GATTOPARDO

Ma c’è una guerra, e la propaganda in tutto questo gioca un ruolo fondamentale. Ecco allora la trovata di Putin: continuiamo a commerciare, ma se volete il mio gas dovete pagarlo in rubli. I Paesi europei – chi più convintamente (Francia), chi meno (Germania e Italia) – hanno risposto che i contratti dicono altro: si paga in valuta pregiata, europea o americana, non con una moneta troppo esposta alle fluttuazioni e facilmente manipolabile. Un muro contro muro che ci lascerà a secco? Teoricamente sì, ma a leggere bene il decreto del Cremlino direi certamente no. Nel testo, così come spiegato dall’agenzia di stampa russa Tass, c’è scritto infatti che gli acquirenti stranieri potranno continuare a effettuare versamenti in euro per le partite di gas acquistate d’ora in avanti, ma che i pagamenti saranno gestiti dalla Gazprombank, l’istituto che fa capo proprio al colosso energetico russo. Sarà la banca, materialmente, a cambiare gli euro in rubli e finalizzare l’acquisto. Messa così, una finzione bell’e buona, utile soltanto a salvare la faccia senza perdere nulla in termini economici. Per esserne certi, però, bisognerà attendere qualche settimana: che cioè il meccanismo si metta in moto, sperando non s’inceppi o che qualche falco – da una parte o dall’altra – non voglia premere ancora di più sull’acceleratore della crisi. Probabilmente non accadrà, non nell’immediato almeno: perché tanto l’Europa quanto la Russia hanno bisogno di tempo per organizzare lo sganciamento. Nel frattempo, meglio fingere di litigare e lasciare – gattopardescamente – che tutto cambi, perché nulla cambi davvero.