di Alan Patarga

La fortuna dei nostri tempi è che non manchiamo di dati. Ne abbiamo parecchi, di ogni tipo, sfornati quotidianamente da istituti statistici, previdenziali, centri studi più o meno indipendenti, italiani e stranieri.
Dovrebbero servirci a interpretare la realtà, a fare ordine nel caos di un mondo in cui tutto è economia. E allora, dopo aver più volte maledetto – non senza ragioni – il Reddito di cittadinanza che salva sì qualcuno dalla fame, ma premia anche chi non ha voglia di lavorare o chi ricorre al lavoro nero, bisognerà pur ammettere che c’è un rovescio della medaglia non meno problematico. E’ la questione salariale, che ciclicamente si riaffaccia nel dibattito pubblico italiano e che è esplosa nuovamente negli ultimi giorni. E’ bastato che qualche giornale andasse a ripescare una statistica pubblicata lo scorso anno dall’Ocse, secondo la quale dal 1990 al 2020 nel nostro Paese gli stipendi sono calati del 2,9% mentre nello stesso periodo sono cresciuti di oltre 30 punti percentuali in Germania e Francia (per non parlare dei Paesi dell’ex blocco sovietico dove le retribuzioni sono più che quadruplicate) per accendere la miccia.
Negli anni si è spesso parlato di scarsa produttività, un tema legato più alla carente organizzazione del lavoro delle imprese italiane – spesso sottodimensionate – più che a una presunta, e sostanzialmente non vera, poca voglia di lavorare degli italiani. Sindacati e sinistra puntano il dito contro gli imprenditori, che offrirebbero stipendi troppo bassi, tanto da rendere appetibili e concorrenziali perfino sussidi da poche centinaia di euro (dalla Naspi alla Dis-coll fino al famigerato Reddito). Accusa vera nella sostanza: i salari italiani sono effettivamente da fame, se paragonati a quelli della maggior parte dei Paesi sviluppati. Finché la Repubblica riusciva a far leva sui cambi, e le svalutazioni competitive, questo faceva del nostro Paese un paradiso della manodopera a basso costo. L’introduzione dell’euro in questo senso ci ha disarmati, il resto l’ha fatto la globalizzazione che “restringendo” il mondo ha reso fattibile la delocalizzazione di intere filiere produttive a migliaia di chilometri, per lo più nell’Est europeo e in Asia.

IL NODO DELLE TASSE

Confindustria e in generale le associazioni datoriali non accettano però l’etichetta di affamatori della classe lavoratrice. E spostano il mirino sul fisco: se gli stipendi sono bassi, ha ripetuto per l’ennesima volta il leader degli industriali Carlo Bonomi nei giorni scorsi, è perché troppa parte di quel che versiamo per ciascun dipendente se ne va in tasse. E’ il cosiddetto “cuneo fiscale”, la differenza – nel caso italiano, molto ampia – tra il costo sostenuto da un’impresa per ciascun lavoratore e il netto che quest’ultimo percepisce in busta paga. Un abisso fatto, molto spesso, spesa pubblica fuori controllo, tra poste di bilancio correnti e bonus vari.
Sul punto, politica e sindacati si stanno dividendo. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha di fatto reintrodotto il tema della patrimoniale, questa volta da modulare sulle “rendite finanziarie e gli extraprofitti”, una maxi tassa sulla ricchezza che andrebbe a finanziare il taglio del cuneo. Come dire: per togliere un balzello, ne invento un altro. Forza Italia, per bocca del coordinatore Antonio Tajani, ribadisce il proprio no a ogni ipotesi di tassazione e men che meno a un’operazione Robin Hood come quella suggerita dal sindacalista emiliano. E la Lega, con il ministro dello Sviluppo Giorgetti, parla invece di “bonus da disboscare” per ridurre la spesa dello Stato e liberare risorse che consentano di limare le tasse sul lavoro. Un ex ministro del Lavoro di talento, come Maurizio Sacconi, propone di detassare gli aumenti di retribuzione, per dare una spinta all’incremento degli stipendi. A sinistra, da Leu al Pd, si invoca invece l’introduzione di un salario minimo garantito per tutelare chi non è coperto dai contratti collettivi di lavoro. Altri ancora ribattono che basterebbe applicare a chiunque svolga mansioni di un dato comparto le retribuzioni minime già previste dalla legge.
Diceva un padre del liberismo italiano come Luigi Einaudi che il primo dovere di un politico responsabile sarebbe quello di “affamare la Bestia”, e cioè ridurre il perimetro dello Stato limitandone le risorse (cioè lasciando i soldi in tasca ai cittadini). E’ quello che auspicano centrodestra e imprenditori. A patto però che questi ultimi, una volta sgravati dal peso di un fisco effettivamente insopportabili, poi stiano ai patti e alzino davvero i salari dei loro dipendenti.