di Alan Patarga

Elon Musk è il guru dell’elettrico. Ha fatto di un segmento di mercato – le e-car, fino ad allora relegato ai fissati con l’ecologia e a quelli che speravano di risparmiare sul pieno – una gallina dalle uova d’oro. Guidare una Tesla è cool, anche perché ha performance che non fanno rimpiangere le vetture della concorrenza, sebbene l’alimentazione sia appunto elettrica.

LA VIA PIÙ RAPIDA

Perfino uno come lui, però, qualche giorno fa ha dovuto ammettere un’evidenza che a molti politici, amministratori della cosa pubblica e commentatori sembra invece sfuggire: nel corso di una conferenza in Norvegia, il visionario imprenditore sudafricano ha ammesso che “il mondo ha ancora bisogno di petrolio e gas nel breve termine, altrimenti la civiltà crollerà. Al momento servono più combustibili fossili, non meno”. Il patron di Tesla è stato chiaro: “La transizione all’energia sostenibile è una delle maggiori sfide che il mondo si sia mai trovato a fronteggiare. Ma richiederà decenni prima di essere completata”. Ma l’uomo più ricco del pianeta non si è limitato a dire che le fonti fossili ci servono eccome, si è spinto ben oltre: “Se si ha un impianto nucleare – ha chiarito – non lo si deve chiudere, soprattutto ora”. Abbastanza? Macché. Musk è arrivato a prendersela di recente anche con gli ambientalisti, definendoli “antiumani” in quanto contrari all’energia prodotta con l’atomo. Perché, parola sua, “le centrali nucleari sono la via più rapida per produrre energia”. Sinceramente, non mi meraviglierei se scoprissimo nei prossimi mesi che Elon Musk sta cominciando a investire nel nucleare o partecipasse all’ordalia speculativa sui prezzi delle fonti tradizionali di energia. Registreremmo un conflitto d’interessi? Sicuramente sì, ma il valore delle sue affermazioni non ne uscirebbe scalfito. Anzi, proprio un suo eventuale investimento in quei campi sarebbe la prova che il fondatore di Tesla e SpaceX crede in quello che dice fino al punto di rischiarci una parte del suo patrimonio.

LA SINDROME DI DON CHISCIOTTE

L’uscita di Musk impone però all’Europa di ampliare una riflessione già in corso da tempo, e che ha trovato parzialmente risposta nella Tassonomia, in soldoni il vademecum europeo che classifica le fonti energetiche, dividendole in buone (sostenibili) e cattive (inquinanti). Posto che non esiste nessuna fonte stabile realmente a impatto zero (il nucleare non porta emissioni, ma comporta un complesso sistema di smaltimento delle scorie), va dato atto alla Commissione Ue di aver avuto il coraggio di inserire l’atomo e anche il gas naturale nel primo elenco, nonostante la netta contrarietà del fronte ecologista e anche di qualche cancelleria, come quella tedesca che però ora – di fronte all’emergenza energetica aggravata dalla guerra in Ucraina, ma partita già in precedenza – non si fa scrupoli di ricorrere al carbone. La verità è che i tempi duri e un inverno ormai alle porte dal quale non sappiamo come emergeremo, imporrebbero un po’ di sano realismo. Pensare di battere Vladimir Putin facendo a meno del suo gas è una pia illusione, sebbene sia evidente che non acquistare meno russo metterebbe Mosca finanziariamente in ginocchio. Non siamo pronti logisticamente: mancano rigassificatori e gasdotti alternativi, che portino all’Italia e all’Europa più gas da altri fornitori, ma anche questa è una controprova che non siamo pronti tecnologicamente. Il punto è esattamente quello posto da Musk: non abbiamo gli strumenti per produrre energia senza fonti fossili. Serve il nucleare, pulito (qualunque cosa voglia dire, ammesso voglia dire qualcosa) e servono gas e petrolio, per la semplice ragione che l’uomo non ha ancora scoperto come estrarre energia dall’enorme potenziale inespresso messogli a disposizione dal Creato. La forza dei venti, del sole e delle acque ci sono, ma riusciamo a sfruttare tutte queste risorse in maniera limitata ed episodica. Produciamo energia nel momento in cui splende la luce, soffia il maestrale o i bacini idroelettrici riversano le acque accumulate nei mesi piovosi. Ma bastano la siccità (come quest’anno), un po’ di bonaccia e il cielo coperto di nubi per lasciarci letteralmente a secco. Questo perché non siamo arrivati al punto di scoprire come immagazzinare l’energia che queste tremende forze della natura sprigionano, spesso trasformandoci in vittime di eventi devastanti. Prima ce ne renderemo conto, spingendo ancora di più gli investimenti nella ricerca e nel frattempo non demonizzando gli strumenti che attualmente funzionano, prima la transizione energetica diventerà una cosa seria, e non la barzelletta che è adesso. Altrimenti resteremo i patetici Don Chisciotte che siamo, convinti di partire lancia in resta verso il nemico, mentre all’orizzonte non si vedono che pale eoliche.