di Alan Patarga

“E’ tardi! E’ tardi”, gridava il Bianconiglio ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Ed è tutto sommato quello che ha detto ai suoi ministri anche il premier Mario Draghi, convocandoli un paio di sere fa senza preavviso per non meglio precisate comunicazioni. A Palazzo Chigi, racconta chi c’era, il presidente del Consiglio ha messo l’intero governo spalle al muro, chiedendo il pieno appoggio in vista di un probabile voto di fiducia sul Dl Concorrenza, da mesi in attesa di essere licenziato dall’esecutivo, ma che fatica invece a vedere la luce. Il nodo da sciogliere, hanno spiegato tutti i bene informati, è innanzitutto quello dei balneari. Il 31 dicembre 2023 – praticamente dopodomani – scade il termine indicato anche da una sentenza del Consiglio di Stato e recepito mesi fa dal governo per far partire le gare che assegneranno con nuovi criteri gli arenili di proprietà demaniale. Su di essi, attualmente, insistono 6.823 stabilimenti che danno lavoro ogni anno a circa 100 mila persone. Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – divisi sull’adesione alla maggioranza, ma uniti in questa battaglia – insistono da mesi per chiedere tempo o soldi, o almeno uno dei due, per le oltre 30 mila imprese che operano nel settore in Italia. Molto spesso a conduzione familiare o quasi, e che non di rado hanno investito risorse e anni di lavoro per rendere attrattive le nostre spiagge. I detrattori dicono che pagano poco: vero, a fronte di un giro d’affari miliardario – quello del turismo di mare in Italia – la media è di 12.000 euro versati ogni anno allo Stato da ciascun lido. Per alcuni sarà molto di più, per altri una cifra prossima allo zero. Colpa di uno stratificarsi di privilegi che ora non è facile scardinare, se non a rischio di radere al suolo un intero comparto economico. Fare di tutta un’erba un fascio, senza dare tempo agli operatori del settore di adeguarsi alle cifre e alle regole della concorrenza, potrebbe infatti indurre moltissimi a rinunciare alle gare e comunque aprire le porte a società più strutturate (multinazionali?) capaci di piombare dall’estero sulle coste italiane per farne una miniera d’oro. Sia chiaro: nulla di male che investitori qualificati vedano nelle ricchezze del nostro Paese una opportunità economica, va però tenuto in debita considerazione l’effetto politico e sociale che ogni scelta può avere nel futuro, immediato e no.

L’AUT AUT DI DRAGHI

Il punto di equilibrio richiederebbe pazienza e cautela. Ma la fine della legislatura incombe (ormai manca meno di un anno alle elezioni), i bonifici del fondo Next Generation Eu già cominciano a fluire nelle casse della Repubblica Italiana e – sebbene della questione spiagge non ci sia esplicita traccia nel Pnrr – intervenire su questo capitolo sarebbe un segnale di affidabilità che Roma darebbe a Bruxelles, che da anni invita a liberalizzare le concessioni. Ecco perché Draghi, ai suoi ministri, ha lasciato intendere che senza una resa (semi) incondizionata sui balneari da parte delle forze di maggioranza lui non avrebbe problemi a dimettersi, abbandonando il Paese al proprio destino, nel bel mezzo di una guerra e con l’inflazione che sta divorando le speranze di una ripresa.
Posto insomma che la questione balneari non sarà derubricata, resta un risicato margine per minimizzare il danno. Forza Italia e Lega, in particolare, chiedono indennizzi adeguati per le imprese che perderanno lo sbocco al mare, e possibilmente una sorta di diritto di prelazione nelle gare. I capigruppo al Senato dei due partiti di centrodestra sostengono che un’intesa nel governo sia ancora possibile, e che anzi un accordo disinnescherebbe la bomba di un voto di fiducia che nessuno vuole affrontare davvero. Salvo forse Fratelli d’Italia, che avrebbe buon gioco a ritagliarsi il ruolo di unica forza politica ad aver difeso fino all’ultimo la categoria (fatta salva l’ipotesi che uno o più partiti si sfilino dalla maggioranza, con l’esito di una crisi di governo al buio).

IL SALVAGENTE PER I TUTOR

Ma la fretta sulle spiagge mal si accompagna ai ripensamenti sul versante del Reddito di cittadinanza. A beneficiare dell’ennesimo salvagente, dopo proroghe e promesse, saranno ancora una volta i navigator. Quei tutor cioè che, sebbene con tutte le attenuanti di una pandemia, non sono stati in grado di trovare un lavoro a chi incassa ogni mese da anni il sussidio anti-povertà caro ai 5 Stelle. Ebbene, lasciata indietro la pratica dell’occupazione altrui (inclusa la possibilità di trovare bagnini per gli stabilimenti a corto di personale), anche stavolta sembrano riusciti nell’intento di risolvere la loro: il governo ha infatti annunciato la contrattualizzazione di ben 1.790 navigator – il cui incarico era scaduto lo scorso 30 aprile – a decorrere dal prossimo 1° giugno. Lavoreranno per almeno altri due mesi, prorogabili con l’ausilio delle Regioni che vorranno finanziarne la permanenza, fino al 31 ottobre. Altri rinnovi, visti i precedenti, non si possono escludere. Ma qui siamo nel campo delle ipotesi. Quanto ai fatti, uno soltanto è certo: per loro, non era abbastanza tardi