di Alan Patarga

La beffa stavolta è scoperta, perfino imbarazzante nella sua sfrontataggine: c’è un bonus, l’ennesimo di questo biennio, annunciato dal governo per il prossimo Decreto Aiuti. Il quale ha due versioni di testo: una, risalente a lunedì 2 maggio e illustrata dall’esecutivo in conferenza stampa, istituiva un’una tantum di 200 euro per alleviare l’effetto del caro carburanti. Da corrispondere a lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati con reddito fino a 35 mila euro annui: regola uguale per tutti. Tutto chiaro? Apparentemente sì, ma ecco spuntare una nuova bozza definitiva del provvedimento – destinata alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale e quindi a diventare operativa – che cambia le carte in tavola: bonus a tutti entro i 35 mila euro, compresi percettori di Reddito di cittadinanza, lavoratori domestici e stagionali. Bum. La platea si allarga. Puff. Lo stanziamento rimane sempre lo stesso. Ed ecco la presa in giro, nero su bianco: per le partite Iva non varrà la soglia dei 35 mila euro, servirà infatti un decreto attuativo per determinarla e i ministeri dell’Economia e del Lavoro avranno 30 giorni di tempo per scriverlo. Se la matematica non è un’opinione, la soglia per gli autonomi sarà drasticamente ridotta (il Sole 24 Ore ipotizza addirittura che possa scendere fino a quota 10 mila euro annui) e va da sé che anche un bambino capirebbe come a pagare il conto per dare di più a chi già riceve un pasto gratis dallo Stato (i beneficiari del Reddito) sarà chi si costruisce lo stipendio giorno per giorno, senza sicurezze e senza ferie pagate.

LA GUERRA ALLE PMI

Non che ci sia troppo da stupirsi. Il cambio di rotta, indotto dai rappresentanti nel governo del Movimento 5 Stelle, è la semplice prosecuzione di quella che appare come una strategia (volontaria? involontaria? chi può dirlo?) di desertificazione imprenditoriale in Italia. Si diceva, un tempo, “la forza delle Pmi”, sui giornali e nelle trasmissioni televisive si tessevano le lodi di questa Italia geniale delle piccole imprese, figlie legittime delle botteghe del Rinascimento: troppo da talento per essere contenuto in poche multinazionali. Da qualche anno, non senza ragione, la narrazione è però mutata: sempre più osservatori hanno osservato, commentatori commentato, eccetera eccetera, che le aziende italiane scontavano dimensioni troppo ridotte, che mancava loro insomma il nerbo necessario per poter resistere alle pressioni della globalizzazione e al tempo stesso aggredire nuovi mercati. Tutto vero, ma c’è da chiedersi quale sia stato il percorso imboccato per raddrizzare la situazione senza cancellare questa peculiarità del tessuto produttivo italiano che non poche storie di successo ci ha regalato.

CERCASI PERSONALE DISPERATAMENTE

Una cosa è certa: le microimprese, e in particolare le ditte individuali, stanno soccombendo. Un dato soltanto, per spiegare la tendenza: tra il 2016 e il 2021 nel settore del trasporto su gomma sono venute meno 11 mila imprese individuali con titolare italiano. Tanti saluti ai padroncini. Si dirà: frutto della lotta alle false partite Iva? Nemmeno per idea: se è vero, come è vero, che interi settori – inclusa la logistica – siano ormai da tempo in perenne affanno sul versante del personale. Mancano lavoratori un po’ ovunque: tanto che si moltiplicano le storie di imprenditori che annunciano premi da 1.000 euro o più per quei dipendenti che gliene procurino altri. Per non parlare degli stagionali: ne mancano all’appello almeno 300 mila, tanto che il ministro del Turismo, il leghista Garavaglia, si è spinto a dire che senza lavoratori stranieri la prossima estate non si aprono gli ombrelloni. Nel Carroccio, non tutti hanno gradito.
In un contesto simile, dovremmo registrare una disoccupazione tendente allo zero. Invece l’Istat certifica un 8,5% tutt’altro che lusinghiero ed Eurostat appena ieri ci informava di un triste primato continentale: siamo il Paese d’Europa con il maggior numero di sfiduciati, persone cioè senza lavoro e che nemmeno se ne cercano uno. Circa 3 milioni, soprattutto donne e under 55, bloccati dall’insufficienza del welfare (mamme senza asili nido, figli senza servizi sufficienti per i loro anziani) o viceversa dall’eccesso di welfare: Reddito di cittadinanza e Naspi elargiti in larghissima misura e con cifre talmente vicine a quelle dei salari proposti dai datori di lavoro (talvolta indecentemente bassi), in una spirale in cui a tutti conviene scaricare sulla fiscalità generale il problema. Come chi si fa assumere in nero per non perdere il sussidio d’oro.