di Alan Patarga

Lo dicono praticamente tutti: è l’Italia a rischiare più di chiunque altro, praticamente l’osso del collo, nel gran gioco delle sanzioni economiche alla Russia. Soprattutto se l’Unione europea dovesse seguire l’esempio statunitense e chiudere i rubinetti di petrolio e soprattutto gas provenienti da Mosca, il nostro Paese sarebbe tra i più esposti al pericolo di una recessione capace di sconvolgere i piani del governo e di minare il fragile equilibrio finanziario sul quale si regge il nostro Paese.

LA TRAPPOLA DEI TASSI

Il piano inclinato c’è già e il rischio di scivolarci rapidamente è concreto. Secondo il Fondo monetario internazionale, gli effetti secondari della guerra in Ucraina – e cioè l’impennata dei prezzi energetici e delle materie prime in generale, iniziata già nei mesi precedenti – potrebbero far invertire la rotta economica di Italia, Germania, Francia e Regno Unito: da una indispensabile ripresa post-Covid (i livelli di crescita pre-pandemia non sono ancora stati raggiunti) a una vera e propria recessione. E anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) stima un trimestre già con il segno meno, possibile inizio di una discesa agli inferi dell’economia italiana. Perché il contemporaneo rallentamento del ciclo e l’aumento dell’inflazione stanno spingendo le banche centrali ad agire: la Federal Reserve statunitense ha già iniziato la corsa al rialzo dei tassi d’interesse, la Bce – ha fatto sapere ieri Christine Lagarde – seguirà a breve, e comunque già nel corso del 2022. Insomma, l’era del denaro a buon mercato sta per volgere al termine e questo non impatterà soltanto sui mutui (per chi dovrà stipularne uno nuovo, o per i non molti che hanno mantenuto un tasso variabile), ma anche sulle casse della Repubblica Italiana. Perché una politica monetaria restrittiva comporterà un maggior onere in termini di interessi da ripagare sul nostro debito pubblico. Che sarà giocoforza meno sostenibile, proprio in una congiuntura economica sfavorevole e in un quadro generale di mancato recupero di ben due crisi (quella del 2007-2009 e quella Covid). E attenzione: da prima della pandemia l’indebitamento del Paese, già storicamente drammatico, non ha fatto altro che aumentare. Oscilliamo intorno al 160% nel rapporto debito/Pil, contro un impossibile obiettivo Maastricht del 60% che presto o tardi Bruxelles ci chiederà di riprendere in considerazione. A questo aggiungiamo i 190 miliardi di euro del fondo Next Generation Eu, oltre metà dei quali costituiti da prestiti che – sia pure a tasso agevolato – dovremo ripagare. Un fardello difficilissimo da sopportare.

I DUBBI DELLA YELLEN

In questo contesto, già altri – più solidi di noi – intravedono pericoli seri. La Bundesbank, per dire, ha chiarito che un addio europeo al gas russo costerebbe alla Germania circa 180 miliardi di euro, grossomodo il 5% del Pil tedesco. La stessa Janet Yellen, ora segretaria al Tesoro Usa ma in passato presidente della Fed, ha avvertito che un eccessivo irrigidimento su petrolio e metano, per l’Europa, sarebbe un rischio troppo grande da correre. Un parere che evidenzia crepe perfino nell’Amministrazione Biden, dove il più oltranzista e spregiudicato pare essere proprio l’inquilino della Casa Bianca. Tornando all’Italia, a suonare l’ennesimo campanello d’allarme sono anche gli imprenditori: nella sua Congiuntura Flash, il Centro studi di Confindustria evidenzia come sia proprio Roma la principale vittima degli effetti della guerra. I trimestri compromessi, sulla strada della crescita economica, sarebbero già due. E tutti gli indicatori restituiscono un quadro di sofferenza senza troppe scappatoie: perché, a differenza del passato, alla stasi interna corrisponde anche un rallentamento delle esportazioni. Allo stato attuale, insomma, il dilemma sulle sanzioni somiglia soprattutto a una roulette russa: il pericolo che il colpo parta non è per niente ipotetico. E la tempia è proprio la nostra.