di Alan Patarga

Oh anno de’ portenti, / oh primavera de la patria, oh giorni, / (…) oh trionfante / suon de la prima italica vittoria”, cantava Giosuè Carducci in “Piemonte”, con struggente nostalgia per un’annata che sarebbe rimasta nella memoria collettiva, quel 1848 che per l’Italia pareva schiudere le porte della libertà e dell’indipendenza, e che terminò invece con un re (Carlo Alberto) in esilio a Oporto e un Risorgimento tutto da rifare. Successe un ’48, si dice da allora, anche per le rivolte che infiammarono l’Europa, da Vienna a Parigi (e che avevano distratto a sufficienza le potenze straniere dal dare al Regno di Sardegna la speranza di mettere a segno il colpaccio).
È un po’ quello che è accaduto a tutti noi con quel 2021 per molti versi da incorniciare e che già possiamo dire di rimpiangere. Lo rimpiange, di sicuro, Roberto Mancini: il ct della Nazionale di calcio che era riuscito non soltanto a vincere un Europeo, ma a farlo nel tempio del pallone di Wembley, prendendosi oltretutto una rivincita da quel destino che gli aveva negato, trent’anni prima, di portarsi a casa la Coppa dei Campioni con la Samp in quello stesso stadio. La favola bella dei gemelli del gol, lui e l’amico di sempre Vialli, ci aveva scaldato il cuore inutile negarlo e presto ci era parsa il logico prologo di magnifiche sorti e progressive, nello sport e non soltanto. Settimana dopo settimana, quell’estate del nostro portento ci aveva regalato medaglie d’oro (tre su tutte: l’oro ai 100 metri piani di Marcell Jacobs, quello per il salto in alto di Gimbo Tamberi e la staffetta 4×100 sfilata per un centesimo agli inglesi) e premi vari, ma soprattutto la sensazione che il sortilegio si fosse spezzato, che il talento italiano stesse trovando finalmente il giusto riconoscimento, che le vittorie non sarebbero state più – come sempre o quasi, prima d’allora – per qualche ragione mutilate.

 

IN PRINCIPIO FU IL C. DI PRODI

Lo chiamavano effetto Draghi, anche se il premier in realtà non c’entrava nulla. Se non per la convinzione ormai diffusa che l’ex banchiere centrale fosse qualcosa di simile a un amuleto e il suo “whatever it takes” una formula magica che nemmeno Sylvan: d’altro canto in passato molti avevano cantato il fondoschiena metaforico di Prodi, da Edmondo Berselli a Gene Gnocchi, senza tema di smentita ma con sufficiente sprezzo del ridicolo. E allora, quell’effetto – che invece era reale sui mercati, lieti di sapere l’Italia guidata da un presidente del Consiglio competente e affidabile – per proprietà transitiva avevamo finito per applicarlo un po’ a ogni occasione: ai Maneskin che le suonavano a tutti all’Eurovision, agli Azzurri del Mancio appunto, perfino ai pasticcieri che si aggiudicavano sull’onda lunga del fattore C il campionato mondiale di torte. E ai successi agonistici – di qualsiasi tipo di agonismo – corrispondeva un’altrettanto ininterrotta catena di trionfi economici. Segni più di cui s’era perso il ricordo, crescita a doppia cifra da un trimestre all’altro, un Pil capace di recuperare in larghissima parte quanto lasciato sul terreno nell’anno di morte 2020, “regnante” tal Giuseppe Conte da Volturara Appula e il suo seguito di boiardi pentastellati, da Pasquale Tridico (Inps) a Domenico Arcuri (Invitalia). Finì con l’annuncio di una ripresa prodigiosa: +6,6% in volume, addirittura +7,5% a prezzi di mercato secondo i calcoli dell’Istat.

 

I CONTI NON TORNANO

Calcoli che proprio in questi giorni l’Istituto ha dovuto ritrattare, ammettendo di aver sottostimato l’impatto dei rincari energetici (in particolare il prezzo da pagare per importare il gas), che già a fine anno ci stavano inguaiando. Risultato: crescita (comunque maiuscola) a +7,1%. Segno però che in quella cavalcata trionfale c’era già il germe di quel che oggi ci frena, come nella “forza del collettivo” c’era già in nuce l’ammissione che di campioni a tutto tondo ne avevamo pochini e soprattutto nemmeno l’ombra di un centravanti. E allora toccherà dirlo: ce l’eravamo raccontata così bene, da averci creduto tutti. Che quella Coppa ce la meritassimo davvero, e che quel balzo di Pil non fosse un semplice rimbalzo dopo lo sprofondo del Covid, ma il segno certo che il vento stesse cambiando. Non era così, ma nemmeno tutto era da buttare: nello sport e in economia, semplicemente, per qualche mese ogni cosa s’era messa a girare per il verso giusto. Poi però, con perfino troppa fretta, la realtà si è incaricata di risvegliarci dal sogno: e così sono arrivati gli infortuni di Spinazzola e poi di Chiesa e di Bonucci, ma anche l’inflazione che si è messa a galoppare prima ancora che agli italiani tornassero i soldi in tasca e infine una guerra, con il suo carico di sanzioni e ritorsioni, a completare l’opera.

 

GLI EX GEMELLI DEL GOL

Oggi, di quell’estate italiana dei gemelli del gol, Mancini & Draghi, resta poco. L’Italia del calcio ha perso malamente con la Macedonia del Nord, giocandosi la possibilità di disputare un Mondiale (addirittura) da favorita. Quella dell’economia, che pure continua a crescere più velocemente di quanto facesse prima della pandemia, ha ripreso a tirare il freno a mano. Nel Documento di Economia e finanza (Def), il governo ha già fatto intendere che le stime di crescita saranno tagliate: dal 4,7% di ottobre, il pronostico per questo 2022 delle speranze deluse si aggirerà intorno a quota 3%. E c’è chi, come l’agenzia di rating Fitch, scommette che mancheremo perfino quella soglia e ci fermeremo a un +2,7%. Tanto comunque, rispetto agli zerovirgola cui c’eravamo abituati per vent’anni, ma troppo poco per chi – Draghi, come Mancio – pareva destinato a vincere tutto.