Bei tempi, si fa per dire, quelli in cui le cronache da Bruxelles raccontavano di commissioni riunite per stabilire la lunghezza degli ortaggi, il calibro delle vongole e altre amenità simili.

Erano tempi in cui la smania regolatrice degli euroburocrati – ancorché dannosa per questa o quella categoria – pareva tutto sommato fine a se stessa. Chiusi nelle loro stanze, sideralmente distanti dai perigli della vita reale, i travet dell’Europa unita trascorrevano il tempo – così credevamo noi mortali – sfornando divieti e norme di comportamento apparentemente pensati al solo scopo di complicare la vita ai cittadini dell’Unione e di alimentare un po’ alla volta la brace dell’antieuropeismo e del populismo.

Nell’ultima settimana, dopo una pausa durata quasi due anni, il vento è improvvisamente tornato a soffiare in quella stessa direzione. Con una differenza sostanziale, però: a determinare le mosse di Bruxelles, stavolta, c’è un vero e proprio furore ideologico. I sacerdoti del nuovo culto la chiamano “transizione ecologica”, e in senso allargato è qualcosa che unisce la smania ambientalista al salutismo spinto e che promette di fare sfracelli all’economia di molti Paesi, e in particolare dell’Italia.

 

LA GUERRA AL MATTONE

Il bersaglio più grosso è la casa. Martedì 14 dicembre, secondo quanto anticipato dal quotidiano Il Messaggero e poi confermato da altri media, la Commissione europea renderà nota la bozza di una direttiva che avrà come oggetto il settore immobiliare. La sostanza: per centrare gli obiettivi di emissioni inquinanti, che l’Europa già rispetta più di qualunque altro continente, i commissari hanno pensato di costringere i cittadini comunitari a migliorare l’efficienza energetica delle loro abitazioni. Bene, bravi, bis. Peccato che tempi e modi siano evidentemente fuori dalla portata di molti Paesi, e sicuramente del nostro. Il traguardo è di arrivare al 2033 – praticamente dopodomani – ad avere la stragrande maggioranza delle case europee a zero o basso potenziale inquinante. Entro il 2027, stando alle anticipazioni del testo, occorrerà adeguare lo standard delle nostre case almeno alla categoria “E”, per poi salire ancora nel 2030 alla classe energetica “D”, fino all’obiettivo finale, e cioè tutti in “C” dal 1° gennaio 2033. E chi non si adegua, magari perché non ha soldi a sufficienza per ristrutturare casa? Non potrà più né venderla né affittarla, salvo un margine di tre ulteriori anni – a partire dalla stipula dei contratti – per mettersi in regola. Gli esperti hanno fatto i calcoli: stando all’Enea, in Italia la massima autorità in tema di risparmio energetico, ci vorrebbero almeno 12 miliardi di euro l’anno per evitare il congelamento di locazioni e compravendite a 16-20 milioni di proprietari di case italiani. In un decennio, un salasso da 120 miliardi. Fattibile? Mica tanto. Nemmeno i bonus edilizi, destinati peraltro a essere ridotti nel prossimo triennio per poi scomparire o quasi, basterebbero a centrare l’obiettivo. Basti pensare che l’operazione Superbonus al 110%, con un esborso pubblico di circa 10,5 miliardi di euro, è riuscita finora a contribuire all’efficientamento di appena lo 0,5% del patrimonio immobiliare nazionale. Una costosissima goccia nel mare, tenendo conto che almeno l’87% delle unità abitative in Italia è attualmente in classe “D” o inferiore. Toccherebbe alle famiglie farsi carico di questo onere, con ricadute pesantissime sulle loro finanze e anche sulla loro capacità di spesa su altre voci dell’economia nazionale.

 

LA CROCIATA ANTI-AUTO

Tutto qui? Nemmeno per sogno. Venerdì sera il Comitato interministeriale per la Transizione ecologica (rieccola!), recependo le indicazioni già arrivate nei mesi scorsi dall’Ue, ha annunciato l’intenzione di mettere fuori legge i motori termici. Dal 2035 in Italia non sarà più possibile immatricolare automobili con alimentazione a gasolio, benzina e nemmeno ibride. La rivoluzione elettrica toccherà anche i veicoli commerciali, ma solo a partire dal 2040. Le vetture diesel o benzina già esistenti potranno continuare a circolare, ma è prevedibile che le limitazioni, specie nei centri abitati, aumenteranno esponenzialmente nei prossimi anni fino a metterle di fatto al bando. Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, che pure siede in quel comitato, è stato piuttosto franco nel disegnare il futuro dell’automotive: “Con l’elettrico – le sue parole – almeno la metà della manodopera del comparto smetterà di lavorare in quel settore”. L’Anfia, l’associazione dei costruttori automobilistici, ha dato i numeri: a rischio ci sono 60.000 posti di lavoro nell’industria e altri 70.000 nell’indotto, inclusa la rete di vendita. I produttori e lo stesso presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, chiedono tempi più lunghi per garantire una transizione ordinata. Ma chi può già cerca di mettersi avanti: John Elkann, presidente di Stellantis, ha fatto sapere che di qui a dieci anni il 70% dei veicoli prodotti dalla casa automobilistica italofrancese sarà elettrico o plug-in. Si salvi chi può.

 

L’ULTIMO BRINDISI

E siccome a Bruxelles sono particolarmente attenti alla nostra salute, ci si è messa – sempre in questi giorni – anche una commissione dell’Europarlamento, denominata “Beca”, a escogitare qualcosa per il nostro benessere. Trascurando completamente il buonsenso, il concetto di consumo moderato e perfino l’indicazione della dieta mediterranea che consiglia di bere un buon bicchiere di vino a pasto (non di più), gli eurodeputati hanno deciso di equiparare vino e birra al tabacco, sconsigliandone categoricamente l’assunzione. Per scoraggiare i consumatori, verrebbero introdotti divieti di effettuare campagne pubblicitarie e di marketing aventi per oggetto prodotti alcolici, si ricorrerebbe a etichettature “choc” sulla falsariga di quelle delle sigarette e si introdurrebbero forti limitazioni alla vendita. Non solo: anche gli aiuti per il settore agricolo verrebbero dirottati su colture “alcohol free”, quindi niente più fondi per i vignaioli del Chianti o della Champagne. Per l’Italia, primo produttore di vino al mondo (ma anche per Francia e Spagna che seguono a ruota e per i birrai del Nord Europa), un disastro di proporzioni bibliche.

 

L’ANTIDOTO DRAGHI

Eppure, la crisi del Covid una cosa buona pareva averla portata, in Europa: un po’ di buonsenso. Meno rigidità sulle regole, almeno di fronte a un’emergenza epocale, capacità di essere solidali (con il varo del fondo Next Generation Eu che finanzierà i Piani di ripresa dei singoli Paesi) e sguardo rivolto a un futuro comune. Il Recovery Fund è stato (ed è tuttora) una rivoluzione, in questo senso, per l’Europa. Con un solo precedente: il Quantitative Easing voluto – contro tutto e contro tutti – da Mario Draghi alla guida della Bce. All’Europa dei Trichet che in piena crisi economica alzava i tassi d’interesse per paura di un’inflazione che non c’era, era seguita quella del banchiere italiano, ora premier, capace di dire che non ci sarebbe stato ostacolo, codicillo o distinguo capace di mettere a repentaglio la tenuta della moneta comune e quindi della costruzione europea. È quello spirito che ha portato al varo del Recovery e alla speranza di un Pnrr che potrebbe dare la scossa soprattutto al nostro Paese, che più di tutti attingerà a quei fondi. Tornare a bomba per fare la rivoluzione “green” come prima c’era il mantra del rigore, dimenticando la lezione di Draghi, rischia di essere un suicidio economico ma anche politico. Per questo – che il bersaglio sia la casa, l’auto o un bicchiere di rosso – è bene che qualcuno dica chiaramente che tutelare l’ambiente e la salute è cosa buona e giusta, ma che il nostro stile di vita e i giacimenti della nostra economia non possono essere cancellati con un tratto di penna per far contenta Greta Thunberg. E che li difenderemo. Whatever It Takes.