I dati ufficiali suonano un po’ come il Bollettino della Vittoria, con i resti di quella che pareva essere la più grande crisi economica della storia che “risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Lo dice anche il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che stiamo vivendo una “congiunzione astrale senza precedenti” e c’è da dire che ha ragione: una crescita intorno al 6% non si registrava, in Italia, dagli anni d’oro del boom, a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta. Impossibile non gridare al (nuovo) miracolo economico. Certo, quello attuale è senza dubbio un rimbalzo dovuto a un crollo improvviso di tutti gli indicatori – affossati dai lockdown e quindi dal congelamento di produzione e consumi – ma ciò non toglie eccezionalità ai numeri, anche perché l’Italia una volta tanto sta facendo meglio degli altri.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Nell’ultima settimana si sono moltiplicati i segnali di un fenomeno che per molti è evidenza di tutti i giorni: la ripresa c’è, ma per molti è di fatto invisibile. I dati pubblicati giovedì dall’Inps sul mercato del lavoro, per esempio, sono da leggere con attenzione: nei primi 8 mesi del 2021, fa sapere l’Istituto, sono stati stipulati 4,5 milioni di contratti di assunzione, a fronte di 3 milioni e mezzo di rapporti cessati. Numeri che danno pertanto un saldo netto pari al tanto vagheggiato “milione” di nuovi posti di lavoro. Senza dubbio una buona notizia, ma è pur sempre vero che il diavolo è nei dettagli, e che dettagli. Di quel milione circa di neoassunti, appena 103 mila hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato, il restante (quasi) 90% si è dovuto accontentare di impieghi a tempo determinato, o addirittura di carattere stagionale. E se non bastasse, ci sono anche i dati di uno studio elaborato – sempre negli ultimi giorni – dall’Inapp, l’Istituto nazionale per le politiche pubbliche: ne emerge che la metà delle donne che hanno ottenuto un posto nel 2021 hanno pattuito un lavoro part-time, e lo stesso è accaduto al 26% degli uomini. Tempo parziale, sottolineano i ricercatori, molto spesso involontario, cioè subìto. Scarsa la qualità dell’offerta, dunque, e fragile anche il sistema delle politiche attive, se è vero – a dirlo, sempre l’Inapp – che nell’ultimo decennio oltre un terzo dei lavoratori ha trovato una sistemazione grazie alle relazioni. Familiari, personali, ma anche (fortunatamente) professionali. Insomma, molte raccomandazioni ma anche qualche lodevole passaparola fra colleghi.

Tutto questo, però, illustra la crisi del mercato del lavoro italiano, di cui il flop dei navigator paradossalmente scesi in piazza per protestare contro la perdita del loro posto (dopo non averne trovati abbastanza ha chi percepiva il Reddito di cittadinanza) è la più efficace metafora.

 

LA CRISI DEL LAVORO, MA ANCHE DEI CONSUMI

L’asimmetria di questa ripresa-lampo si vede sul mercato del lavoro, ma è possibile sperimentarla anche in altri ambiti. È sufficiente entrare in qualche negozio per capire che i consumi si sono sì risollevati rispetto ai minimi del 2020, ma che i livelli di spesa “pre-Covid” sono davvero lontani. Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti, lo ha chiarito pochi giorni fa parlando all’Assemblea nazionale della sua associazione: la pandemia ha bruciato quasi 40 miliardi di consumi nel nostro Paese, ed è ragionevole aspettarsi che nei prossimi mesi siano ancora 8 o 9 i miliardi mancati all’appello rispetto a “prima”. Diversi i fattori che pesano, in questo senso: la corsa dei prezzi, innanzitutto, con il caro-vita che rapidamente sta passando dal semplice aumento delle bollette di luce e gas (e della benzina) a rincari generalizzati. C’è poi il problema del ceto medio-basso, duramente colpito nelle tasche da questi quasi due anni di emergenza Covid: perdita del lavoro, cassa integrazione (un dato, l’Inps, lo ha comunicato giovedì: da febbraio 2020 sono state utilizzate 6,5 miliardi di ore di ammortizzatori sociali), riduzione del giro d’affari. Tutto questo ha portato chi non aveva da parte granché prima a dare fondo ai risparmi per tirare avanti, quindi a stringere la cinghia in attesa di tempi migliori. Viceversa, chi non ha registrato questi problemi – perché facoltoso, o semplicemente perché tutelato da un reddito fisso legato a un’attività non colpita dalla crisi – non ha affatto compensato i mancati consumi di tutti gli altri: prova ne è la crescita esponenziale dei risparmi, con i depositi bancari che hanno superato la quota dei 4 mila miliardi di euro. Soldi lasciati sui conti correnti, il più delle volte, di fatto congelati dall’incertezza. Difficile, d’altro canto, stigmatizzare tanta prudenza. Con la quarta ondata di contagi in pieno corso e la vicina Austria già pronta a chiudersi in lockdown già a partire da lunedì, c’è da credere che non sia mai troppa.