Quella che si preannunciava inequivocabilmente, nell’agenda economica, come la settimana di Tim ha improvvisamente cambiato verso mercoledì mattina, quando si è diffusa la notizia della scomparsa di Ennio Doris.

Quella del fondatore di Banca Mediolanum non è una storia qualunque, per il capitalismo italiano. Anzi, è una storia peculiare tutta nata fuori dai cosiddetti “salotti buoni” della finanza. E sbocciata, fondamentalmente, per due motivi: il primo è il genio imprenditoriale di Doris, che in tempi non sospetti ha “visto” quello che molti si ostinano a non vedere tuttora, e cioè che il modello tradizionale di banca sta mostrando evidenti segni di stanchezza, non a caso le filiali continuano a chiudere un po’ dappertutto; l’altro è la sagacia di Silvio Berlusconi, che un bel giorno di 40 anni fa decise di investire sull’idea della “consulenza globale”, molto prima che l’orrendo termine “bancassicurazione” prendesse piede tra gli addetti ai lavori.

 

LA LEZIONE DI ENNIO

Doris se ne va a 81 anni, ma come la sua famiglia (la moglie Lina, compagna di una vita, i figli Massimo e Sara e ben 7 nipoti) e la sua azienda hanno sottolineato acquistando una pagina sui principali quotidiani nazionali, la sua lezione rimane. “C’è anche domani”, hanno scritto, ricordando quel che il papà diceva al piccolo Ennio, per fargli intendere che non esiste sconfitta da cui non ci si possa rialzare. È stato il motto di una vita, tornato utile quando – nel 2008 – lo stesso Doris e Berlusconi decisero di rimborsare integralmente i clienti di Mediolanum che avevano perso parte dei loro risparmi a causa del crac della banca d’affari statunitense Lehman Brothers. Racconta chi c’era che mentre i suoi collaboratori tremavano per le conseguenze di quel che stava accadendo a Wall Street, lui chiese di scattare una foto di gruppo perché – disse – “stiamo per fare la storia”. Era vero: l’operazione costò 120 milioni di euro netti, e fu possibile grazie all’iniziativa dei due soci maggioritari dell’istituto, che pagarono di tasca loro, senza penalizzare gli azionisti più piccoli e la loro aspirazione ai dividendi. I clienti capirono e ripagarono tanta generosità affidando sempre più masse in gestione: della banca “costruita intorno a te”, come recitava un claim pubblicitario di duraturo successo, ci si poteva fidare.

Una lezione appresa da Doris molto prima, in casa di un falegname che all’inizio degli anni Settanta – quando lavorava in Dival, società del Gruppo Ras – gli affidò tutti i suoi risparmi: 10 milioni di lire. Glieli allungò con mani callose e richiamando la sua attenzione: “Capisce cosa le sto dando? Sono le ore che ho sottratto alla mia famiglia, che senza il mio lavoro non ha da mangiare”, disse. Parole che il fondatore di Mediolanum non avrebbe mai dimenticato.

Una decina di anni più tardi, l’incontro fortuito con Berlusconi. Doris e la moglie passeggiano sulla piazzetta di Portofino. È il 1981. La signora Lina riconosce quello che è già un imprenditore famoso, uomo copertina di “Capital” e altre riviste. Ha terminato da un paio d’anni Milano 2, sta costruendo Milano 3, ma soprattutto sta lanciando in Italia la sfida della televisione commerciale. “E’ Berlusconi!”, si lascia sfuggire lei a voce alta. Silvio si gira, sorride, si presentano. Qualche minuto di conversazione bastano a Doris per accennare il suo progetto: dare vita a una cosa totalmente nuova, che metta insieme banca e assicurazione, offrendo ai clienti i prodotti finanziari che più fanno al caso loro. E senza sportelli, con un rapporto diretto, uno a uno, tra quelli che diventeranno i “family banker” e i piccoli e grandi investitori.

L’anno dopo nasce Programma Italia, Doris e Berlusconi sono soci al 50%. Il successo è travolgente e porta in un quindicennio alla nascita di Mediolanum, poi Banca Mediolanum, allo sbarco a Piazza Affari, all’ingresso perfino in Mediobanca. Nel “salotto buono”, sì, ma senza mai dimenticare la lezione del falegname. Doris, cattolico osservante e di fede profonda, non verrà mai meno a quella sua regola per la quale “l’altruismo è la miglior forma di egoismo”. Mettersi nei panni degli altri, ripete a tutti, fare il bene torna sempre indietro con gli interessi.

 

COLOSSO SENZA BANDIERA

Stride così ancora di più, se possibile, la sorte di Tim, in queste ore oggetto di una presunta Opa (offerta pubblica di acquisto, ancora non formalizzata) da parte del fondo d’investimento statunitense Kkr. Un ennesimo, probabile giro di valzer per l’ex monopolista delle tlc italiane che dalla privatizzazione degli anni Novanta non ha (quasi) mai avuto pace. Dai capitani coraggiosi (qualcuno ricorda la “merchant bank con sede a Palazzo Chigi”?, copyright Massimo D’Alema) agli spagnoli di Telefonica, fino alla querelle tra il fondo Usa Elliot e i francesi di Vivendi, attuali detentori del 23,7% del capitale dell’ex Telecom. Una governance tormentata che non ha certo fatto bene al valore dell’azienda, che pure partiva avvantaggiatissima sul mercato italiano grazie alla mancata separazione fra reti e servizi. Oggi il premier Draghi chiede di tutelare quelle reti, le infrastrutture e anche l’occupazione di un gruppo che venerdì scorso valeva in Borsa 34 centesimi ad azione, mentre oggi ha raggiunto la soglia psicologica dei 50 cent, e questo metterà pressione agli azionisti ancora in sella. Ma che ai tempi capitalizzava assai di più: circa 12,50 euro per ciascun titolo, nel 1999. Tim paga i continui cambi di casacca, ma anche l’aver contato troppo sul vantaggio nei confronti dei competitor, dato dal possesso della rete. Peccato abbia puntato sul rame e sul famigerato “ultimo miglio”, e che di recente abbia dovuto convertirsi in tutta fretta alla fibra.

Incertezze riconducibili allo status di public company, soggetta alle scorrerie di chi a più riprese ha pensato di colonizzare l’Italia passando proprio dalle sue più delicate infrastrutture (come i cavi sottomarini di Telecom Sparkle, che garantiscono anche le comunicazioni di massima sicurezza). E così, in attesa di sapere quale bandiera sventolerà prossimamente sulla torre Tim, possiamo volgere lo sguardo su Tombolo, provincia di Padova. Lì, sabato, si svolgeranno i funerali di Ennio Doris. Nel paese natale dove lui e la moglie tornavano ogni settimana, a incontrare gli amici di un tempo e a fare del bene (come restaurare la chiesa palladiana del borgo). Con le solide radici mai recise e una grande azienda, Mediolanum, capace di crescere ed essere d’esempio pur restando saldamente in mano a una sola famiglia.