C’è chi ha deciso che era finalmente ora di cambiare casa, come quel manager che di punto in bianco ha deciso di mollare il suo trilocale di TriBeCa per passare a un lussuosissimo “penthouse”, un attico con cinque camere da letto e ampio terrazzo da 280 metri quadri con vista mozzafiato su Manhattan. “Ha detto che stava per ricevere un ricco premio aziendale”, ha rivelato a Bloomberg Frances Katzen, fascinosa agente immobiliare dei Vip, con tanto di sito web personale e un record personale di vendite in carriera che in valore supera il miliardo e mezzo di dollari.

Altri hanno preferito cogliere l’attimo: offrendo magnum di tequila Cincoro Anejo (prezzo: 1.850 dollari a bottiglia) a interi locali di Soho per festeggiare un “deal” appena concluso. Qualcun altro – ha rivelato sempre a Bloomberg il sommelier Juan Pablo Escobar, del ristorante “Babbo” al Greenwich Village – ha optato per un Barolo Mascarello del 1985, alla modica cifra di 3.700 dollari, per innaffiare i successi di un’annata da incorniciare.

Gli osservatori concordano tutti: per Wall Street il 2021 è stato l’anno del ritorno di “Big Money”. Tanti soldi così non si vedevano almeno dal 2009, quando la Grande Recessione aveva costretto i super manager a tagliare (e tagliarsi) i lauti bonus cui erano ormai da tempo abituati. C’era da stringere la cinghia, più per dare segnali concilianti all’opinione pubblica e alla politica (in ballo c’erano anche i salvataggi di alcune banche con soldi pubblici) che per reale necessità: gli affari non sono mai andati poi così male. Ma un fiume di denaro come quello che ha inondato la finanza newyorchese lo scorso anno non si vedeva, in effetti, da parecchio tempo. Con gli indici di Borsa in tumultuosa risalita dopo lo choc iniziale della pandemia, e le grandi operazioni finanziarie a fare da moltiplicatore, le stagioni delle trimestrali si sono rivelate un tripudio di guadagni. E più che per gli azionisti, per i super manager alla guida delle corazzate della finanza.

 

MR. 35 MILIONI DI DOLLARI

E’ andata benissimo ai vari novelli Jordan Belfort (il controverso broker “lupo” di Wall Street impersonato al cinema da Leonardo DiCaprio), grazie a bonus cresciuti anche del 40-50% rispetto all’anno precedente. E ancora meglio ai loro super capi: come James Gorman e David Solomon, rispettivamente ceo di Morgan Stanley e Goldman Sachs, che hanno percepito la bellezza di 35 milioni di dollari di stipendio, tra paga base (circa 2 milioni) e parti variabili, tra premi e azioni. Solomon, per dire, nel 2020 si era fermato a “soli” 23 milioni. C’era di che festeggiare: e infatti, appassionato com’è di musica dance (di sue foto alla console con cuffia e t-shirt ne circolano parecchie), ha già messo in calendario per febbraio un dj-set a Los Angeles che lui stesso ha definito “per gente d’élite”. Ancora sul podio, ma con quel mezzo milione che forse non lo farà dormire, c’è invece Jamie Dimon, mitologico presidente e Ceo della più grande tra le grandi banche d’America: JP Morgan Chase. Per lui, un conto di fine anno da 34,5 milioni di dollari. Fuori categoria Stephen Schwarzman, fondatore e numero uno del fondo Blackstone: per lui, nel 2021, l’asticella dei guadagni è salita fino a quota 610 milioni.

 

ASSALTO ALLA UNION PACIFIC

Ma se da un lato c’è una Wall Street che dà l’assalto ai bonus – tra festini, bottiglie, attici da sogno e yacht da capogiro – al capo opposto d’America c’è una Main Street (il nomignolo che gli addetti ai lavori danno all’economia reale) che vive tutte le difficoltà e le contraddizioni di questa ripresa a due velocità. Certo, il recupero dell’economia dopo l’iniziale collasso dovuto al Covid-19 c’è stato un po’ per tutti. Ma mentre a Manhattan si raccolgono, tra gli eccessi, i frutti del repentino rimbalzo, altrove non mancano difficoltà. Non tanto dal mercato del lavoro, in netta ripresa: gli ultimi dati attestano un tasso di disoccupazione intorno al 4% (era al 3,5% nel pre-pandemia) e 467 mila nuovi posti creati nel solo mese di gennaio. Il problema, che da inizio anno soprattutto si comincia a sentire anche in Europa, è più che altro l’impennata del caro-vita: a dicembre l’inflazione negli Stati Uniti ha raggiunto un incremento su base annua del 7%, a livelli mai visti dal 1982, e secondo la Federal Reserve potrebbe crescere ancora. Per capirci: in Italia siamo al 4,8% e già per molti comincia a diventare complicato pagare le bollette, nonostante gli interventi governativi per abbassarle.

Così, forse non c’è troppo da stupirsi del ritorno degli assalti ai treni in America. Lo ha raccontato di recente, con dovizia di particolari, il Los Angeles Times, ripreso in Italia da Paolo Mastrolilli per Affari & Finanza, il settimanale economico di Repubblica. Ne emerge che dal dicembre 2020 i furti ai danni dei convogli della Union Pacific, come ai tempi dell’epopea western principale compagnia ferroviaria del Paese, sono cresciuti del 160%, con una media di 90 container svaligiati al giorno. Allo snodo logistico di Long Beach, dove arriva il 40% dell’import via mare degli Stati Uniti, i “colpi” si sono letteralmente moltiplicati, anche grazie al rallentamento dei trasporti dovuto all’impasse commerciale mondiale. I “colli di bottiglia” di cui gli esperti parlano, in relazione alle catene di approvvigionamento mondiale, sono tutto sommato questo: materie prime scarse (e care) che tardano ad arrivare, fabbriche in affanno, navi alla fonda in attesa del carico, treni che non partono, ecc. Le merci ferme sui binari diventano in questo modo una preda troppo ricca e troppo facile, per non solleticare gli appetiti dei criminali, ma forse anche di chi – a causa dell’inflazione galoppante – quei beni rischia di non poterseli più permettere onestamente. E così pacchi Fedex, Ups e Amazon prendono il volo dai binari, oltre a materie prime e – ha denunciato il capo della Los Angeles Police – anche carichi di armi. Soltanto a ottobre, l’incremento dei furti è stato del 356%, e la tendenza non pare in via di diminuzione, anche perché mancano le risorse per incrementare i controlli su una rete troppo estesa e troppo vulnerabile. Un boccone perfetto per i nuovi Jesse James e Butch Cassidy 4.0. Un fenomeno non più soltanto hollywoodiano, ma reale e tuttavia solo americano. Almeno per il momento.