di Alan Patarga

“A causa di alcuni anomali cali di tensione elettrica, si sono verificati danneggiamenti ai propri sistemi impiantistici che a partire dalle ore 14,07 di ieri, 30 marzo 2022, hanno comportato dei malfunzionamenti ai collegamenti telematici e telefonici dell’Agenzia delle Entrate”. Recita così la nota con la quale il Fisco italiano, lo scorso 31 marzo, ha ammesso di non sapere esattamente perché i suoi sistemi informatici abbiano smesso di funzionare correttamente per qualche giorno. È difficile accontentarsi della spiegazione dei cali di tensione (nessuna catastrofe naturale a giustificare l’evento), ma soprattutto è impossibile accettare l’idea che l’Agenzia delle Entrate possa non avere quello che in gergo si chiama un “piano di continuità operativa”, come denunciato nei giorni scorsi dal Centro studi Fiscal Focus dalle colonne del quotidiano Il Giornale. Una denuncia circostanziata, quella di Antonio Gigliotti, direttore dell’istituto, suffragata da un recentissimo rapporto, datato 7 aprile, della Commissione europea nel quale si evidenzia come soltanto pochissimi Paesi dell’Unione siano ancora sprovvisti di un sistema di “business continuity” capace di garantire senza interruzioni di sorta la raccolta delle tasse. Nell’elenco, oltre all’Italia, ci sono Germania, Estonia, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi.
Nemmeno il tempo di scrivere il rapporto, che in Italia l’evento temuto da Bruxelles s’era già verificato. Gli “anomali cali di tensione” hanno portato a uno slittamento di una lunga serie di adempimenti in scadenza il 31 marzo: Prenotazione del tax credit sulla pubblicità, Comunicazioni opzioni bonus edilizi per utilizzo crediti entro il 10 aprile, Istanze civis su avvisi bonari ricevuti, Modello Eas, Invio fatture elettroniche per operazioni del 18-19 marzo, Deleghe F24 con ravvedimenti operosi. Obbligatoria una remissione nei termini per evitare danni a imprese e professionisti, insomma una proroga con causale “blackout”. Un blocco con ricadute evidenti anche nella vita di tutti i giorni: come una maggior lentezza a rilasciare i Green Pass dall’AppIo o l’impossibilità riscontrata nelle farmacie di “leggere” i codici fiscali dei clienti che volevano abbinarli agli acquisti di medicinali. Non è difficile immaginare che tutto questo avrà un seguito: già il garante della privacy si è mosso per chiedere spiegazioni a Sogei, la società che materialmente gestisce i sistemi informatici del Fisco italiano.

LO STOP AI POS

Come non bastasse, nel giro di due settimane è arrivato un secondo, inquietante segnale. Venerdì 15 aprile, mentre mezza Italia era alle prese con una spesa di Pasqua già abbastanza complicata dall’impennata dell’inflazione, i terminali Pos di buona del Paese hanno smesso improvvisamente di funzionare. E’ successo per una mezz’ora scarsa, dalle 11,45 alle 12,15 circa, ma abbastanza per far scattare il panico e il tamtam sui social network. La prima idea, in generale, è stata quella di un attacco informatico, probabilmente di origine russa: siamo, tutto sommato, in guerra e seppure non direttamente belligeranti, forniamo armamenti all’Ucraina. Nexi e Ibm, rispettivamente società capofila del maggiore circuito di pagamenti del Paese e partner tecnico, hanno smentito con forza questa ipotesi, senza però fornirne un’altra credibile, limitandosi a dire di aver risolto rapidamente i problemi e di aver ripristinato i servizi di pagamento elettronico in tutta Italia. Stessa certezza è arrivata anche dalla Polizia postale. Benissimo, nel frattempo però i consumatori erano rimasti con il cerino – pardon – con il bancomat in mano: magari (i casi segnalati sono parecchi) alla cassa del supermercato e senza contanti in tasca per pagare la spesa.

 

BENEDETTE BANCONOTE

Questo spinge inevitabilmente a una riflessione, che comprende e al tempo stesso deve andare oltre le legittime (e a questo punto opportune) riserve sulla sicurezza dei sistemi informatici cui affidiamo quotidianamente i nostri soldi, i nostri risparmi, le nostre vite. Ai responsabili pubblici e privati che “virtualmente” li maneggiano vanno chieste ulteriori garanzie: non è accettabile che il frutto dei sacrifici di una vita possa scomparire per sempre, magari per un attacco hacker o per un “calo di tensione”. Ma soprattutto la riflessione deve portare i singoli consumatori – e ricordiamocelo: cittadini con doveri, ma anche diritti – a valutare l’opportunità di utilizzare, ove possibile, il denaro contante. Certo, i margini di manovra in questo senso sono sempre più esigui: dal 2012 in poi (esecutivo Monti), si è tentato quasi sempre di abbassare il tetto per i pagamenti in contanti, oggi a 2.000 euro e dal prossimo gennaio a mille. D’altro canto è interesse dei governi, fintanto che l’arte di governare sarà imperniata sul binomio “tassa e spendi” anziché su quello “servire e proteggere”, ottenere più informazioni possibili per tracciare i flussi di denaro e intervenire con prelievi mirati. Ma è viceversa interesse di tutti noi non fornire costantemente al potere pubblico ogni tipo di informazione sulle nostre vite. E si badi bene: non con il retropensiero di evadere le tasse, ma perché dietro ogni transazione economica c’è un pezzo della nostra storia personale, anche la più intima, e insomma erano belli i tempi in cui Dio ci vedeva e Stalin no. Nel segreto dell’urna, o davanti un registratore di cassa.